Meine Homepage


 

 
 
di Federico Pellettieri
 
 
Ultimo aggiornamento: 18-01-2010
 
 

Considerazioni sintetiche sui temi fondamentali della dottrina e morale cattoliche: Gesù Cristo, la fede, la speranza, la carità, la vita, il bene ed il male, l’umiltà, la testimonianza, la contemplazione, la resurrezione, il perdono, la tolleranza, giustizia e misericordia, la vita eterna…….

 

Sono nato a Bari nel 1934 e risiedo a Roma: sposato, ho una figlia, anche lei sposata. Avvocato, dal 1963 presso la Banca d’Italia e, successivamente, presso l’Ufficio Italiano dei Cambi fino al 1999: gli ultimi cinque anni di servizio li ho trascorsi, a seguito di divergenze di opinioni, in assoluto isolamento. In tale periodo di forzata inattività, ho cercato di utilizzare il mio tempo libero nell’approfondimento (propiziato, anche, da un episodio richiamato nelle premesse dei miei “pensieri”) delle Sacre Scritture, formulando, di tanto in tanto, alcuni appunti e riflessioni che, in seguito, ho raccolto in questi scritti.

Ministro straordinario della comunione, ho partecipato, come missionario laico, nel 1999, alla missione cittadina in Roma, indetta da Papa Giovanni Paolo II, visitando diverse centinaia di famiglie della mia Parrocchia.

Sono attualmente membro e segretario del SIT (Solidarietà Internazionale Trinitaria), organismo costituito nell’ambito dell’Ordine della Santissima Trinità, a difesa di quanti sono schiavi e perseguitati, soprattutto, a causa della loro fede religiosa.

Domande, suggerimenti, integrazioni potranno essere indirizzati al seguente indirizzo  e saranno riportati, unitamente alle risposte, in questo sito, con aggiornamenti periodici:

 
 
 
 
PENSIERI SPARSI         
Un cammino di speranza nella Verità  
 
Sommario: 
 
 
 
Il carro oltre passò d’erba ripieno
e ancor ne odora la silvestre via,
sii anche tu come quel fieno,
lascia di te buona memoria, anima mia.
   
         Questi versi non miei – del resto di tutti i pensieri sparsi qui raccolti alla rinfusa, di mio c’è solo lo sforzo di rinverdire il ricordo di quanto ho letto in diversi anni alla ricerca della Verità – vennero da me trascritti in un pomeriggio di maggio del 1962, quando, non ancora trentenne, mi fu rivolto l’invito dalla persona che poi doveva diventare la compagna della mia vita, di riempire una pagina del suo diario: seguiva una riflessione o, meglio, un auspicio che, per fortuna di entrambi, risulta tuttora realizzato.
         Ritengo che gli stessi versi possano costituire una valida introduzione a questa mia raccolta che ha l’unico scopo di costituire per me stesso un ulteriore motivo di riflessione, nella speranza che il mio “carro” possa lasciare un buon ricordo, sia pure simile all’odore effimero di “quel fieno”, destinato ad essere subito spazzato via dalla prima brezza leggera.
         A Mirella che mi segue con immutato affetto e paziente comprensione, nonostante il mio procedere tra mille sobbalzi, frenate improvvise, inaspettati mutamenti di rotta, ai quali, negli ultimi anni, si è dovuta abituare, oserei dire, con cristiana rassegnazione, dedico questi miei pensieri con l’amore di sempre, unitamente ad un recondito desiderio di ritrovarci a percorrere insieme lo stesso cammino di speranza, nella Verità.
 
 
 
         Mi piace premettere alle mie riflessioni il ricordo di quanto avvenne una sera di marzo del 1989, in una chiesetta all’Aventino che settimanalmente avevo da poco cominciato a frequentare su indicazione di un amico ove, ogni martedì, si riuniva un gruppo di preghiera condotto da un francescano.
         Quelle due o tre ore settimanali costituivano per me un piacevole diversivo alla monotonia quotidiana: una predicazione semplice, unita alla recita del S. Rosario ed alla celebrazione della S. Messa, animata da un coro giovanile, infondevano nel mio animo una pace ed una tranquillità che rinverdivano lontani ricordi d’infanzia, quando, in un paesino della provincia di Bari ove risiedevo con la mia famiglia nel periodo bellico, accompagnavo mia madre alla locale chiesa parrocchiale per le celebrazioni vespertine; il tutto, però, si esauriva in una parentesi che rimaneva chiusa in sé stessa e non si rifletteva minimamente sul resto delle mie giornate, tranne gli iniziali sospetti di una moglie gelosa che non accettava la motivazione delle mie assenze serali (sospetti subito fugati da un apposito personale sopralluogo).
         Ma quella sera doveva accadere qualcosa di nuovo: avevo trascorso una giornata particolarmente agitata in ufficio ove avevo subito le intemperanze verbali del mio diretto superiore, in presenza di altri colleghi e, non avendo alcuna intenzione di accettare e dimenticare quanto accaduto, ero animato, se non da sentimenti di vero odio verso quella persona, da un forte risentimento che alimentava in me desideri di immediata vendetta e ritorsione da realizzarsi fin dal giorno dopo. Prima di entrare in chiesa avevo fatto partecipe il mio amico del mio stato d’animo e dei miei fieri propositi vendicativi, con un linguaggio molto vivace.
         Quella sera il francescano – che non conoscevo affatto- si soffermò in maniera particolare sul significato del perdono cristiano, ipotizzando, a titolo di esempio, una situazione molto simile a quella che avevo vissuto solo poche ore prima: ma i dettagli che man mano aggiungeva nella descrizione dello stato d’animo del soggetto ipotizzato, con termini e frasi pressoché identici a quelli da me usati poco prima, mi portarono a convincermi che quel discorso era diretto a me in modo del tutto particolare.
         Il rimedio suggerito non coincideva minimamente con quanto da me progettato: avrei dovuto, infatti, presentarmi l’indomani da quella persona con un bel sorriso sulle labbra e fargli intendere che quanto era successo era stato da me del tutto dimenticato: il resto sarebbe venuto da sé.
         Rimasi, sul momento, sconcertato ma, dopo una notte insonne, mi decisi a provare.
         Ancora oggi mi ricordo lo stupore del mio interlocutore – tra noi due i rapporti erano fin troppo tesi, a prescindere dall’episodio del giorno precedente – nel vedermi innanzi a lui sfoderare un ebete sorriso che cercavo di giustificare soprattutto a me stesso adducendo ad esclusivo motivo della mia visita mattutina la circostanza, del tutto fortunosa, del conseguimento della laurea in giurisprudenza da parte di suo figlio maggiore, avvenuta appunto il giorno prima.
         Tralascio altri particolari che mi convinsero ancora di più della bontà del suggerimento ricevuto la sera precedente: sta di fatto che da quel giorno i rapporti cambiarono radicalmente. Mi resta solo il rammarico di non aver avuto l’occasione, per cause a me non imputabili, di partecipare quanto mi era accaduto al mio interlocutore che era stato l’inconsapevole mezzo della mia interna rivoluzione. Infatti quell’episodio apparentemente irrilevante – il tutto poteva benissimo essere logicamente inquadrato nell’ambito di una mera coincidenza, senza peraltro considerare che la fonte del suggerimento da me seguito poteva facilmente identificarsi in norme di comportamento ispirate da principi non necessariamente cristiani – costituì per me la rivelazione di una Presenza che veniva prepotentemente a complicare la mia vita.
         Il Signore percorre vie davvero imprevedibili ed imperscrutabili; così, a volte, preferisce rivelarsi con episodi, per i più, oggettivamente insignificanti, piuttosto che con segni clamorosi ed inequivocabili che potrebbero, forse, mettere in dubbio la nostra libertà di scelta, di cui Egli è sempre amorevolmente rispettoso.
         Venivo da una famiglia molto religiosa e, fino ad allora, ritenevo di aver sempre correttamente osservato i precetti cristiani, sicché la mia vita procedeva, sotto questo aspetto, in maniera tranquilla; ma quell’evento ebbe su di me l’effetto di farmi rendere conto della spaventosa aridità del mio cristianesimo: ero nella carne e vivevo secondo la carne, ero sulla terra e della terra ero cittadino, obbedivo alla legge, ma con la mia vita non superavo la legge, non ero povero e non arricchivo nessuno: capii subito che la mia barca era profondamente incagliata in acque stagnanti, per esser sempre rimasta solidamente ancorata e legata alla terra ferma con funi robuste e che, se anche avevo dato la mia formale adesione a Cristo, costui, nella mia barca, non era niente di più che uno sconosciuto fantasma.
         Mi resi conto del tempo perduto e – vedendomi avvolto da una fitta nebbia che mi procurava un increscioso disorientamento, nella consapevolezza di essere rimasto fino ad allora privo di qualcosa che non avevo convenientemente approfondito – credetti di risolvere il problema, cercando di colmare le mie lacune nel campo meramente conoscitivo, abbandonandomi alla lettura disordinata degli autori più disparati: S. Agostino, S. Tommaso d’Aquino, Pascal, S. Giovanni della Croce, S. Teresa di Lisieux, Guardini, senza tralasciare autori non cristiani come Seneca, Plotino, unitamente a Karl Barth, Buber e tanti altri che andavano a costituire una sezione specializzata della mia modesta biblioteca.
         Alla fine di un’affannosa e sterile ricerca doveva, invece, intervenire in maniera del tutto particolare una spontanea, intuitiva ed intima consapevolezza che per la riconquista di quanto sentivo di aver perso, per fortuna non irreparabilmente, a nulla serviva la ricerca intrapresa, dato che il massimo di conoscenza che l’uomo può raggiungere in tema di cose divine consiste appunto nel capire il perché non le potrà mai capire.
         “Non cerco di capire per credere, ma credo per poter capire”.
         E’ in questa prospettiva, razionalmente inaccettabile, che mi piace riconsiderare quanto ho letto, limitatamente agli argomenti che mi vengono alla mente in maniera del tutto estemporanea, senza alcuna pretesa di organicità, completezza ed originalità; e se, a volte, talune considerazioni potranno apparire frutto di tesi razionalmente confezionate è, allora più che mai, che sono perfettamente consapevole che quanto dico o, meglio, riferisco di quello che ho letto o sentito dire è suscettibile sempre, sul piano meramente razionale, di dimostrazione contraria.
 
 
 
 
         Sulla base di quanto ricordo di aver letto su di un quotidiano, a firma di chi professava il proprio ateismo, “la fede è un’illuminazione concessa per grazioso dono del Signore a coloro che per suo insindacabile giudizio Egli destina alla salvezza” e, pertanto, così intesa, non può che essere ritenuta “una vera ingiustizia”.
         Data la validità della definizione premessa, potrebbe apparire suggestiva oltre che logicamente fondata la conseguente deduzione circa l’ingiustizia della fede.
         Come, d’altra parte negare che la fede è un dono del tutto gratuito del Signore riservato a quanti sono destinati alla salvezza? Come negare, inoltre, che ciò corrisponde ad un insindacabile giudizio del Signore?
         Avverto che il problema da risolvere non risiede nelle risposte da dare a tali domande. Qualcuno sosteneva che è facile rispondere a qualsiasi domanda, il difficile, invece, sta nell’individuare l’appropriata domanda da porsi sulla questione da risolvere. Ed allora a me sembra che la domanda vada più correttamente posta in questi termini: la scelta dei salvati è un atto arbitrario – sia pure insindacabile – del Signore, del quale noi siamo totalmente estranei e, pertanto, meri accidentali destinatari?
         Nell’intimo della mia coscienza – e, pertanto, nei limiti di una valutazione soggettiva che non può essere avulsa dall’esperienza personale concretamente vissuta – sento una profonda avversione a rispondere affermativamente a tale domanda anche se sono perfettamente consapevole dell’assoluta inconsistenza di miei eventuali meriti per ottenere simile grazia che, comunque, resta sempre tale.
         “Io sto alla porta – dice il Signore – e busso: se qualcuno mi aprirà io entrerò, cenerò con lui ed egli con me”.
         Il Signore è alla porta: alla porta di tutti, nessuno escluso, ed aspetta pazientemente; non la forza dal di fuori perché è discreto e rispettoso della nostra libertà. Si tratta, da parte nostra, solo di aprire quella porta e farlo entrare: il Signore è dunque fuori di me? Ma allora che senso ha l’esperienza di chi, come S. Agostino, ha affermato di aver perso tanto tempo alla ricerca del Signore fuori di sé stesso, per accorgersi, alla fine della ricerca, che il Signore era dentro di sé?. Il Signore è, dunque, dentro o fuori di me? Innanzi tutto una cosa è certa: il Signore è sempre con me. Che abbia, oppure no, varcato quella porta, a volte diventa difficile percepirlo.
         Se fermo e consapevole è il desiderio di ricevere quell’ospite particolare, allora sai cosa devi fare: svuota la tua casa da tutte le inutili ed ingombranti cianfrusaglie di cui l’hai riempita, ripuliscila radicalmente, inondala del più inebriante dei profumi e spalanca la porta; come potrai non accorgerti, allora, della Sua entrata?
         Ma, quasi sempre, ciò non avviene: mentre, da un lato, non ci facciamo carico minimamente di far pulizia interiore, dall’altro, pur dichiarando, più o meno consapevolmente, di essere alla ricerca di qualcosa per noi indefinito, non abbiamo il coraggio di aprire quella porta, perché abbiamo paura, paura di chi è per noi ancora sconosciuto e, pertanto, estraneo. Forse quasi inconsapevolmente, se comunque almeno l’intenzione della ricerca è sincera, ci accadrà di limitarci a socchiudere quella porta: allora il Signore entrerà lo stesso, ma furtivamente e, una volta entrato, non trovando la casa predisposta a riceverlo, finirà nascosto tra le cianfrusaglie, non per sua scelta, ma perché noi stessi l’avremo lì seppellito.
         In tale stato l’affannosa ricerca non approderà ad alcun risultato positivo e, come avviene quando nella ricerca di un minuscolo oggetto sperduto in un enorme scatolone stracolmo di oggetti più disparati, alla fine ci decidiamo a capovolgere l’intero scatolone per ritrovare quanto cercavamo, così, nel caso nostro, se permarrà ancora vivo il desiderio di quell’incontro, non ci resterà altro da fare che pazientemente procedere a quella radicale pulizia che inizialmente avremmo dovuto operare: man mano che procederemo su questa via, l’ansia di pervenire a quell’incontro ci spingerà sempre più ad accelerare i tempi, con sempre maggiore cura fino a che le nubi si squarceranno, le tenebre fuggiranno e tutta la nostra casa risplenderà di eterna Luce.
         Aprire la porta al Signore che viene: ecco l’atto che ognuno di noi , in piena libertà di scelta, è chiamato a compiere, se in tutta sincerità di cuore è realmente alla ricerca di quell’incontro. Certo non basterà aprire o socchiudere la porta per assaporare la Sua presenza e cenare con Lui; in altri termini a nulla servirà la sola volontà di credere in Lui; sarà necessario, invece, diligentemente provvedere a sgombrare la nostra casa di tutto ciò che l’ingombra, cioè in parole molto più semplici e chiare, sarà necessario passare attraverso quel rinnegamento di sé stessi, a volte tanto difficile e doloroso, che costituisce l’indispensabile presupposto dell’incontro con Cristo e della sua sequela. Ma di fronte a questa opportunità che ci viene offerta siamo tutti egualmente liberi, o sussistono, invece, obbiettivi condizionamenti esterni che possono spingere alcuni a credere ed altri a non credere?
         Un carissimo amico, tuttora in attesa di una particolare illuminazione per credere, tempo addietro mi confidava che avrebbe facilmente creduto qualora a lui stesso fosse capitato quanto accaduto a S. Paolo: è troppo facile credere di fronte a segni così evidenti che appaiono condizionare quasi inevitabilmente la consequenziale scelta.
         “Ma è davvero tanto diversa, mi venne di chiedere al mio interlocutore, la tua posizione rispetto a quella di Paolo?: se tu, in effetti, credi a quell’evento così come ci è stato riferito, è come se tu stesso fossi stato protagonista; d’altra parte, se non credi, molto probabilmente quand’anche l’episodio capitato a S. Paolo fosse capitato a te, tu avresti creduto di aver avuto un’allucinazione”.
         Devo confessare che la mia sofisticata costruzione logica non convinse affatto il mio interlocutore.
         In effetti, a prescindere da ogni condizionamento esterno, la fede resta pur sempre un dono del tutto gratuito del Signore – con il quale accettiamo per vere cose non dimostrabili altrimenti – che viene concesso a quanti con un libero atto della propria volontà a volte coraggioso, si determinano, in apparente contrasto con ogni logica umana, a rendersi disponibili all’azione della Grazia divina; il tutto per mero atto di amore, anche se inizialmente inconsapevole, verso il Dio che ci ha creati, verso il Dio che si è incarnato per noi, assumendo su di sé le nostre colpe ed il conseguente martirio per la nostra redenzione: ma anche questi sono misteri, da accettarsi solo per fede, riconducibili in quel vortice di amore che sovverte ogni umano ragionamento.
 
TOP 
 
 
         Secondo un’antica definizione, la verità è la conformità della cosa al suo principio informatore, ovvero l’esatta corrispondenza tra la cosa e l’idea della cosa stessa. Una cosa, quindi, potrà dirsi vera se si perverrà a constatare che la stessa realizzi concretamente la suddetta corrispondenza. Le vie di tale indagine possono ricondursi essenzialmente a due: l’una, ontologica, parte dall’idea per pervenire alla cosa; l’altra, logica, procede in senso inverso e cioè dalla cosa all’idea.
         A dimostrazione della relatività del risultato, quando è l’uomo a percorrere da solo queste due vie, mi sovviene l’esempio molto efficacemente indicato da S. Tommaso d’Aquino.
         Un pittore decide di raffigurare su di una tela l’immagine di un cavallo; il suo sforzo artistico è, cioè, teso a realizzare concretamente l’idea che è in lui (via ontologica): alla fine del suo lavoro, soddisfatto del risultato raggiunto, esporrà il suo cavallo ad una mostra. Il primo visitatore si troverà di fronte a quel dipinto: la raffigurazione che si presenta ai suoi occhi spinge la sua mente ad un rapida indagine conoscitiva al fine di individuare il soggetto rappresentato nel quadro (via logica). Sarà  per l’imperizia del pittore, o per scarso senso di osservazione del visitatore, sta di fatto che quest’ultimo ritiene di trovarsi di fronte ad un quadro raffigurante un asino.
         Qual’ è, allora, la verità di quel quadro? La risposta, evidentemente, è impossibile, se non si vuole addivenire alla soluzione di trovarsi di fronte a due verità.
         La verità umanamente conseguita è, infatti, sempre relativa; l’unica verità reale è, pertanto, quella realizzata per via ontologica dal Dio creatore.
         Ma, se è l’uomo l’oggetto di indagine, come rispondere alla domanda: qual è l’uomo vero? Sulla base delle premesse, la risposta sembra agevole: l’uomo è vero quando realizza, in sé, la conformità al suo principio informatore; è la coscienza di ognuno di noi che ci spinge, poi, naturalmente ad individuare nella legge morale detto principio informatore. Legge morale da non intendersi come un’arida somma di rigidi e gravosi precetti – che comprimono la nostra libertà – da osservare scrupolosamente con estrema fatica e sofferenza, bensì come norme scritte dall’amore di Dio nei nostri cuori e finalizzate, invece, esse stesse a realizzare in noi la vera libertà; “la verità vi farà liberi”, liberi da tutto ciò che è male ed allontana dal godimento dell’unico vero Bene.
         Infatti, se per coscienza si intende la facoltà dell’animo umano di valutare positivamente o negativamente i singoli nostri comportamenti, è evidente che la nostra coscienza non possa essere costitutiva della legge morale: dobbiamo constatare, allora, che la nostra coscienza deve limitarsi solo a presupporre e, quindi, ad attestare l’esistenza di una legge che necessariamente è estrinseca alla coscienza stessa. Il principio informatore, per essere tale, deve, poi, essere obbiettivo ed univoco e, quindi, rispondere ai requisiti di universalità ed immutabilità; non potendo provenire dal singolo uomo, deve necessariamente riferirsi al suo Creatore.
         Ma come mai esistono uomini non veri, pur essendo gli uomini stati creati da Dio, cui è riferibile la legge morale loro assegnata?
         Invero, se il concetto di verità sull’uomo è strettamente connesso a quello della legge divina, quest’ultima è strettamente connessa a quello della libertà: come, infatti, accade per la legge umana, anche per la legge divina non sussiste libertà senza legge e legge senza libertà.
         Ciò, in quanto Dio creandoci a sua immagine e somiglianza ci ha lasciati liberi di accettare o respingere la verità.
         Secondo la fede cristiana, solamente la libertà che si sottomette alla verità conduce al suo vero bene, anche se l’uomo scopre sempre che la sua libertà è misteriosamente inclinata a tradire questa sua apertura al vero ed al bene, avvertendo una sproporzione tra legge divina e la capacità di osservarla. Ma tale senso di inadeguatezza dei nostri mezzi, lungi dallo scoraggiarci, deve solo aiutarci a comprendere la nostra debolezza ed accendere il desiderio della grazia divina che verrà in nostro aiuto per immergerci nella verità e per insegnarci ad attuare la verità nella nostra vita.
         Una volta immersi in questo oceano immenso, perennemente alimentato da un’esauribile sorgente, ci renderemo conto della nostra assoluta incapacità a comprenderlo tutto ed innalzeremo al Signore la nostra umile invocazione: “a quanti sono alla ricerca della Verità, concedi, Signore, la gioia di trovarla e, dopo averla trovata, il desiderio di cercarla ancora”.
         La ricerca della verità, comunque, non si esaurisce in un problema di conoscenza; a nulla, infatti, serve la conoscenza della verità se alla verità non si adegua la propria vita; la verità non la si conosce, la si vive.
         Ma allora chi è il vero uomo? E’ Pilato, forse inconsapevolmente, a procedere a tale identificazione. Il suo “ecce homo” che apparentemente indica alla folla l’uomo oggetto di insulti e derisione, in effetti presenta all’umanità l’unico vero prototipo cui si debba fare riferimento nella vita di ognuno: Cristo Gesù. 
 
TOP 
 
 
 
         Dio creando l’uomo lo ha posto nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse: all’uomo, pertanto, fin dall’origine, prima cioè del peccato originale, venne affidata la responsabilità sull’ambiente di vita.
         Il compito di coltivare il giardino con il proprio lavoro sta a significare che il lavoro stesso deve essere inteso come un bene sapientemente attribuito all’uomo, secondo la sua natura e non già come condanna conseguente al peccato originale, mentre l’altro compito di custodirlo, collegato al divieto di “mangiare il frutto dell’albero”, indica che il dominio attribuito all’uomo sulla natura non è indice di un potere assoluto ma, invece, è sottoposto a leggi naturali che, fin dalla creazione del mondo, contrappongono l’uso all’abuso, condannando quest’ultimo, in quanto non è certo idoneo a custodire l’ambiente: sotto certi aspetti può sostenersi che la questione ecologica sia stata ben presente al Creatore, sin dal principio.
         Ma l’uomo solo nel giardino è insoddisfatto fino a quando il suo unico riferimento rimane il mondo vegetale ed animale: Dio si accorge di questo e con l’apparizione della donna nella scena del creato soddisfa l’esigenza, per l’uomo, del dialogo interpersonale, attribuendo ad entrambi la specifica responsabilità della generazione di altre vite umane.
         Nella generazione, l’uomo è chiamato ad esercitare un’attività ministeriale: nella generazione, infatti, Dio stesso è presente, in quanto con tale atto continua la creazione, trasmettendo la sua immagine e somiglianza al nuovo individuo, grazie alla creazione dell’anima immortale.
         Dio, creatore della vita, non ha creato la morte: la morte entra nella storia dell’uomo a causa del diavolo e del peccato, attraverso l’uccisione di Abele da parte di Caino.
         “Dov’è Abele ?”; “non lo so, sono forse il guardiano di mio fratello ?”: all’atroce peccato del fratricidio si aggiunge, così, anche quello della menzogna. Dio ammonisce Caino, attribuendogli un “segno”, non per additarlo alla vendetta degli altri, bensì per preservarlo: ed è qui che si manifesta il paradossale mistero della misericordia divina.
         La grande attenzione che va posta al rispetto di ogni vita comporta la considerazione che il precetto negativo: “non uccidere” – che implicitamente spinge ad un atteggiamento positivo: “amerai il prossimo tuo come te stesso” – è assoluto, sicché togliere la vita non è mai lecito né come “fine”, né come “mezzo”. Se ciò è vero, è ancora più vero se riferito ad un soggetto “debole” e “totalmente affidato” come è il caso della vita di chi non è ancora nato: è inutile, a tal riguardo, ogni disquisizione circa l’esistenza o meno di una vera vita; basterebbe la sola probabilità di trovarci di fronte ad una “persona” per desistere da ogni iniziativa negativa. D’altra parte non mancano chiari riferimenti nelle Sacre Scritture alla vita della persona non ancora nata: mi piace fare riferimento, più che al profeta Geremia (“prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato”), all’incontro tra la Vergine Maria ed Elisabetta. Elisabetta sentì Maria, ma Giovanni esultò di gioia nel grembo di Elisabetta, percependo la presenza del Signore, nel seno di Maria.
         Volendo ricercare la verità circa il valore della vita umana, scopriremo che il suo valore è sacro: sacro, perché con questo dono Dio partecipa qualcosa di sé alla sua creatura, conferendole un’altissima dignità.
         Dio affida all’uomo il compito di amare, venerare, difendere e custodire la vita, quella propria e quella degli altri: “domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, ad ognuno, di suo fratello”.
         Occorre, inoltre, riscoprire il nesso inscindibile tra “vita” e “libertà”: non c’è libertà dove la vita non è accolta e non c’è vita se non nella libertà.
         Ma se la vita è un dono di Dio ed il suo valore è, quindi, sacro, qual è vero senso della vita?
         La vita è un dono che si compie nell’amore verso gli altri, nella continua donazione di sé stessi agli altri nell’esistenza quotidiana: è Gesù che illumina questo senso della vita.
 
TOP 
 
 
         Uno dei problemi che da sempre ha assillato la mente umana nel tentativo, mai riuscito, di addivenire ad un’accettabile soluzione è quello relativo alla sofferenza: sofferenza intesa, nel senso più lato del termine, come mancanza di uno o più elementi che riteniamo costituire i cardini su cui fondare una presunta felicità di vita. Dalla mancanza della salute fisica, nella sua infinita varietà di forme, sia con riferimento al soggetto colpito, sia alle singole cause determinanti la menomazione (malattia, violenza subita da altri soggetti o per cause naturali) ad ogni forma di carenza nella zona psicologica-affettiva (causa di sofferenze, a volte, più devastanti delle prime), fino ad arrivare alla mancanza più radicale che è quella della vita stessa.
         Ma se accade che ognuno sia, più o meno, disposto ad accettare la sofferenza (compresa, innanzi tutto, la morte) che colpisce il soggetto in maniera del tutto naturale e quella, anche se non ricadente in modalità oggettivamente naturali, che riguarda una persona ritenuta “meritevole” di un certo tipo di punizione, ciò che resta oltremodo difficile da accettare è ogni tipo di sofferenza che ricade sul soggetto inerme, debole, soprattutto se in tenera età, in maniera oggettivamente al di fuori di qualsiasi plausibile giustificazione: in parole povere, la sofferenza del “giusto”.
         La domanda, allora, che ci si pone circa l’origine della sofferenza è sempre la stessa: come può il Dio in cui crediamo – unico vero ed assoluto Bene – consentire che avvengano tutti gli orrori (siano essi causati da eventi naturali o attribuibili alla malvagità umana) ai quali siamo costretti ad assistere da passivi spettatori, in quanto destinatari del quotidiano bombardamento dei più diversi mezzi di informazione che tali fatti non evitano di mettere in particolare risalto per soddisfare, d’altra parte, la nostra, a volte masochistica, curiosità? Può essere stato Dio a creare il Male?
         Il libro di Giobbe dà un’esauriente risposta a tali domande, anche se in modo, apparentemente, provocatorio.
         Dio, in un colloquio con Satana – che mi sembra unico nel suo genere – accetta che quest’ultimo tenti il “giusto” Giobbe con ogni specie di sventure sempre più dure ed inspiegabili: alla fine Giobbe accusa un cedimento nella sua proverbiale pazienza e chiede a Dio spiegazioni di tutto quello che gli capita. “Eri tu con me quando ho creato il mondo?....quando ho diviso le acque dalla terra ferma?....quando ho creato gli animali?.......”. Giobbe capisce ed accetta tale risposta che, apparentemente, tale non è: i suoi mali non vengono da Dio, ma non gli è consentito di indagare oltre; l’argomento, infatti, resta coperto dal mistero, secondo gli imperscrutabili disegni divini. Ma se Dio, sommo Bene, non ha creato il Male, può il Male considerarsi un’entità contrapposta al Bene e, comunque, quando è comparso il Male?. Il Male, come opposizione al Bene al fine della sua negazione, è comparso con la ribellione di Lucifero e dei sui angeli verso Dio: la creatura angelica diventata diabolica, per sua libera scelta, non costituisce, peraltro, la personificazione del Male, ma ad esso tende, assumendosi anche il compito di perenne tentatore dell’uomo al fine di distoglierlo il più possibile dal Bene, per il quale l’uomo è, invece, preordinato.
         Il Male, quindi, va considerato come il fine da raggiungere, da parte delle creature diaboliche nella continua lotta contro il Bene, senza, peraltro, mai riuscirci: la contrapposizione del Male al Bene è molto efficacemente, da qualcuno, paragonata all’attacco della ruggine verso il ferro: La ruggine (il Male) corrode il ferro (il Bene) ma non lo potrà mai distruggere totalmente, dato che, in tale ipotesi, distruggerebbe sé stessa. Sempre in tema di similitudini, altri ha paragonato il rapporto tra il Bene ed il Male a quello sussistente, in un pezzo di groviera, tra il formaggio ed i buchi.
         Sulla base di quanto sopra osservato, risultano così evidenziati i due aspetti salienti del Male: il Male della pena (sofferenza) ed il Male della colpa (peccato), tra i quali, però, sussiste un misterioso rapporto di correlazione ed interdipendenza.
         E’, infatti, di comune evidenza che il male della pena non ricade quasi mai, se non per circostanze che possono apparire del tutto accidentali, sull’autore del male della colpa, ciò in quanto la Giustizia divina non si realizza in questo mondo.
         Per mera non riscontrabile intuizione, o suggestione, potrebbe ipotizzarsi un bilanciamento globale universale tra i due aspetti del Male, per cui al Male della colpa corrisponda un Male della pena cui, oltre a tutti gli uomini, partecipi anche tutto il creato, dal mondo animale, a quello vegetale, a tutta la natura in genere, dato che è lecito ipotizzare che il male della pena non sussisterebbe in assenza del male della colpa.
         Ma se il problema del Male resta pur sempre un fatto misterioso, quale valore attribuire alla sofferenza, quando mi accorgo che a soffrire, come si è detto, sono i “giusti” ?.
         Forse potrebbe essere utile per la risposta, il ricordo di un antico racconto ebraico, ambientato alla corte del Re Salomone.
         Una povera vedova ha nella dispensa della sua modesta abitazione solo tre pani. Alla sua porta bussano tre mendicanti ai quali, l’uno dopo l’altro, consegna tutto il pane che ha, confidando nell’aiuto del Signore.
         Si reca così a mendicare alla bottega di un ricco fornaio, il quale, rifiutando ogni aiuto, concede alla vedova di raccogliere i cicchi di grano dispersi per terra: la vedova accetta e ringrazia e, dopo un lungo e faticoso lavoro di ricerca, riesce a mettere insieme una discreta quantità di grano, tanto da riempire un sacchetto. Piena di gioia, ringraziando e lodando il Signore, la vedova intraprende la strada del ritorno a casa con il suo prezioso bottino. Senonché per strada viene colta da una grande bufera di vento: un soffio particolarmente impetuoso la sbatte per terra; nel rialzarsi si accorge di aver perso il suo sacchetto, portato via dal vento.
         Comincia allora ad imprecare contro il vento che con quell’azione aveva dimostrato di non obbedire al Signore e contro lo stesso Signore che aveva consentito quanto accaduto. Sconsolata, si reca da Salomone per chiedere aiuto, dopo aver raccontato la sua sventura. Salomone la fa aspettare in una sala, dato che, in quella attigua deve ricevere alcuni mercanti che gli hanno chiesto udienza: costoro consegnano a Salomone la metà del ricavato della vendita della loro merce, trasportata in quella città con la loro nave, facendo presente di corrispondere, in tal modo, ad un loro voto al Signore per uno straordinario miracolo a loro stessi capitato. Infatti, mentre navigavano, erano stati colpiti da una violenta bufera che aveva prodotto una falla nella fiancata della loro nave che stava, perciò, affondando: in quella disperata situazione rivolgono un’accorata preghiera al Signore e sono, così, misteriosamente salvati. Successivamente, entrati in porto, avevano avuto modo di rendersi conto delle modalità dell’intervento divino, una volta portata la nave in secco ed aver notato che la falla risultava sorprendentemente tappata da un sacchetto di grano che, a riprova dell’accaduto, consegnano a Salomone.
         Salomone, dopo aver mostrato il sacchetto alla vedova ed aver avuto conferma che era proprio quello da lei perduto, le offre la metà delle monete consegnate dai mercanti; la vedova rifiuta l’offerta, riprendendosi il sacchetto e ringraziando il Signore per averle fatto capire che anche il vento, nonostante le contrarie apparenze, aveva obbedito ai disegni divini.
         Ma come può la sofferenza propria costituire sorgente di bene, oltre che per sé stessi, anche per gli altri?
         La sofferenza è un mistero, come del resto mistero è la stessa vita dell’uomo: è un libro sigillato che non è dato ad alcuno di aprire e leggere, se non all’Agnello immolato.
         E’ solo, infatti, meditando sulla sofferenza di Cristo crocifisso che l’uomo può, se non comprendere, almeno accettare il valore salvifico della sofferenza, se vissuta per amore e con amore nella partecipazione, per dono di Dio e libera scelta personale, alla Sua opera redentrice.
         Quel giorno su quel monte le croci erano tre: tre uomini morivano apparentemente con la stessa morte e subendo le stesse pene; ma quale differenza tra loro!
         La prima era la sofferenza di chi la rifiutava e continuava ad imprecare contro il Signore ed a nulla serviva; la seconda era la sofferenza accettata e giustificata per i propri peccati e, perciò, risultava a vantaggio della propria salvezza; la terza, infine, era quella del vero Giusto che volontariamente si offriva per la redenzione degli altri.
         La sofferenza, comunque, non può avere un valore meramente soddisfattorio, tale da giustificarla su di un piano apparentemente giuridico, sulla base di criteri di giustizia umana che, d’altra parte, farebbe apparire la figura del Padre come un Dio, quasi vendicatore, che resta in attesa dell’espiazione della pena, per rimediare, così, all’offesa ricevuta; il suo valore salvifico va ricercato nell’adesione volontaria alla stessa, per libero atto personale dell’uomo, come libero e volontario è il peccato di quest’ultimo: a tale sofferenza è misteriosamente associata la compassione del Padre, per la  passione del suo unico Figlio e di quanti alla stessa partecipano, venendo meno, in caso contrario, lo stesso mistero Trinitario.
 
TOP 
 
 
 
         Ho letto, di recente, della meraviglia, per non dire quasi dello scandalo, avvertito da uno scrittore, non certo di provata fede cattolica, nel vedere durante una celebrazione eucaristica, alcune vecchiette battersi il petto ed accusarsi di aver “molto peccato”. Dopo aver affermato che era del tutto improbabile che delle pie donne come quelle potevano aver “molto peccato” l’innominato scrittore concludeva che, tutto sommato, fatte alcune debite eccezioni, l’uomo d’oggi, costretto com’è a vivere una vita piena di disagi e difficoltà che quasi tolgono la gioia di vivere, è da ritenersi esente dal peccato.
         Invero, è di tutta evidenza come il notevole affievolimento della sensazione del peccato fino alla sua perdita totale, costituisca una non esaltante prerogativa dell’uomo contemporaneo, che è, così, portato a convincersi dell’inesistenza sia dell’Inferno, sia addirittura dello stesso Purgatorio, in quanto già su questa terra ognuno di noi avrà sofferto in abbondanza prima di morire.
         La mia riflessione sull’argomento mi porta a soffermarmi non già sui singoli peccati (non certo per la motivazione della mancanza degli stessi), bensì sull’empietà che S. Paolo definisce madre, radice e causa di ogni altro peccato.
         L’empietà nei confronti del Signore che risiede essenzialmente nel rifiuto a glorificarlo, lodarlo e ringraziarlo, determina, infatti, l’abbandono dell’uomo da parte di Dio, il quale non si oppone più a che l’uomo, lasciato in balia di se stesso, compia ogni genere di iniquità.
         Il prototipo del peccatore colpevole di empietà verso il Signore è Lucifero che, con la sua ribellione, preferì la dannazione per propria colpa alla beatitudine per merito di un Altro.
         E’ sempre per questa stessa ribellione che il Diavolo convinse Adamo ed Eva a mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, commettendo il peccato originale: questo misterioso peccato, con il quale il primo uomo credette di poter diventare simile a Dio, pretendendo di arrogarsi ogni valutazione su ciò che è bene e ciò che è male.
         Se si considera, invece, che uno dei più importanti  comandamenti, come ci ha insegnato lo stesso Gesù Cristo, consiste nell’amare il “Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta le mente”, di fronte alla radicalità di tale messaggio come non avvertire un evidente disagio che inevitabilmente ci deve spingere a ritenerci tutti peccatori?.
         “Il mio popolo ha abbandonato me sorgente di acqua viva, per costruire cisterne screpolate che non tengono l’acqua”.
         Ma quali sono le pericolose e subdole sollecitazioni interiori dell’animo umano, che spingono l’uomo d’oggi ad allontanarsi sempre più dall’amore di Dio, scambiando “la gloria del Signore con l’immagine di un bue che mangia fieno?”.
         “Fanno tutti così”: è, innanzi tutto, sulla base di questa constatazione che l’uomo è portato, per suo tornaconto, a seguire la massa, come se la legge morale scaturisse dal modo di comportarsi della maggioranza od anche della totalità dei soggetti; questa forma biasimevole di “pecoronaggio” mortifica ed uccide lo spirito dell’uomo che, sempre, deve cercare di pervenire ad una corretta e rigorosa valutazione del proprio operato a prescindere dall’altrui comportamento.
         “Chi me lo fa fare?”: a volte desistiamo da un comportamento obbiettivamente corretto solo perché intravediamo soltanto i suoi immediati effetti negativi sulla nostra tranquillità e non ci facciamo carico di verificare quelli positivi, anche se solo del tutto ipotetici.
         “Non faccio male a nessuno”. Altre volte, ipocritamente, basiamo la nostra indagine sulla ricerca di un soggetto esterno che eventualmente possa risultare danneggiato dalla nostra azione e, non trovandolo, procediamo tranquilli nel nostro cammino, senza accorgerci che, il più delle volte, i danneggiati siamo noi stessi.
         “Segui le ragioni del cuore” (per non usare le stesse parole del titolo di un libro che ha ottenuto un enorme successo editoriale): ecco l’imperativo allettante che acquieta le coscienze, inducendole ad un vuoto e sterile sentimentalismo, quando ci si lascia condurre da un cuore che, svincolato da ogni obbiettivo riferimento alla legge divina, in sostanza, rifiuta il vero Amore. “Per la sua iniquità – così dice il Signore – mi sono adirato con il mio popolo, l’ho percosso, mi sono nascosto e sdegnato; eppure egli, voltandosi, se n’è andato per le strade del suo cuore”.
         Notevolmente affievolita o addirittura venuta meno la sensazione del peccato, l’uomo di oggi è sempre più orientato alla ricerca di sofisticate soluzioni che lo convincano in ordine alla giustificazione dell’operato suo e di quello degli altri, dimenticandosi, invece, del perdono che il Signore è sempre disponibile a concedere, nella sua infinita misericordia, senza limitazioni alcune ad un cuore “affranto ed umiliato”: indispensabile presupposto di una valida richiesta di perdono è, però, un corretto esame di coscienza, svolto in piena umiltà innanzi al Signore.
 
TOP 
 
 
         Nella ricerca della conoscenza di sé stessi, molto frequentemente la mente umana commette due fondamentali errori che inevitabilmente conducono, poi, al risultato opposto: all’oblio, se non addirittura a rinnegare  ciò che realmente si è.
         Il primo errore risiede nel tentativo di cercare in noi stessi elementi – che il più delle volte sono del tutto assenti – tali da farci apparire quello che non siamo: idealizziamo un personaggio che diventa, nella nostra mente, il modello cui riteniamo di doverci uniformare, per poi arrivare all’errata conclusione di non essere molto distanti da quel prototipo; ovvero, in senso opposto, riteniamo di identificarci come persona meritevole dell’altrui riprovazione e disprezzo, sulla base di infondati sensi di colpa.
         L’altro fondamentale errore consiste nell’opposizione, più o meno cosciente, ad essere quello che si è.
         Ognuno di noi è depositario di facoltà inespresse, sentimenti soffocati, parole non dette: tutto ciò costituisce una potenziale riserva che, comunque, non ci fa vivere per quello che siamo, fino a che non accettiamo di rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla loro manifestazione.
         “Diventa ciò che sei”, appare, pertanto, l’imperativo indispensabile per fare emergere concretamente la verità del mio io.
         Questo difficile lavoro che dobbiamo intraprendere su noi stessi è paragonato da Plotino al lavoro dello scultore che da un blocco di marmo deve ricavarne una statua; dapprima aggredisce il blocco con violenti colpi di scalpello per rimuovere il superfluo, poi, con lavoro sempre più leggero e delicato, continua a scavare per modellare il soggetto da rappresentare. Alla fine del lavoro, da quell’informe blocco di marmo uscirà una splendida statua: nessuno potrà, allora, mettere in dubbio che quella statua era già presente in quel blocco sin dall’inizio del lavoro dello scultore.
         Cerchiamo quindi di scavare in noi stessi per far emergere la vera nostra identità, senza fermarci o, peggio, abbandonare l’opera intrapresa e rischiare, quindi, di rimanere a livello di pietra indecifrabile o solo parzialmente abbozzata.
         Scavare in noi stessi è, indubbiamente, estremamente difficile; l’umana esistenza, diceva qualcuno, è come un immenso oceano pieno di onde: di questo oceano i più si limitano ad osservare solo le onde in superficie.
         L’idea della ricerca di noi stessi., associata a quella dell’immenso oceano mi evoca l’immagine di un sommergibile che navighi in superficie, in piena tempesta: volendo uscire da quella tempesta e non avendo ali per volare, quel sommergibile non ha altra soluzione che quella di inabissarsi e, così, trovare tranquillità nel fondo del mare.
         Ma qual è il nostro sommergibile atto a realizzare il risultato sperato, di raggiungere il fondo di noi stessi?
         Il mezzo utile a tale scopo è, appunto, l’umiltà, da intendersi correttamente come la capacità non solo di scoprire, bensì anche, se non soprattutto, di accettare la verità d noi stessi.
         Accettarsi per quello che siamo, senza nulla aggiungere o togliere. Esiste, infatti, anche una falsa umiltà: il ritenersi il peggiore di tutti, il più grande peccatore può, infatti, a volte, celare una strana forma di orgoglio.
         Umiltà che ci fa scoprire la nostra pochezza ed incapacità e ci spinge a dimenticare i grandi progetti che, comunque sarebbero rimasti irrealizzati; umiltà che ci fa desistere dall’affannosa ricerca di fare il bene, per dedicarci, invece, a fare bene tutto ciò che ci capita di dover fare nella nostra pur modesta realtà quotidiana, unendo l’umiltà verso noi stessi all’amore verso gli altri. Umiltà ed amore o, meglio, umile amore che fa scendere l’intelletto nel cuore, facendolo diventare l’organo della nostra coscienza, divenuta, così, non più raziocinante, bensì più intuitiva che analitica.
         Umile amore che ci fa capire la bellezza e fragranza delle piccole cose e ci spinge alla raccolta della modesta margherita del nostro praticello, lasciando le stesse alpine lì dove sono, sulle vette di monti per noi irraggiungibili: scopriremo così che anche una minuscola goccia di rugiada ha il suo valore, se disseta un filo d’erba.
         Umile amore che, avvicinandoci al volto di Cristo, al suo sguardo misericordioso, è capace di incontrollabili reazioni a catena, culminanti nell’esplosione del miracolo del raggiungimento della vera pace interiore che ci predispone a gustare, sin da ora, l’oggetto della nostra speranza.
 
TOP 
 
 
         Come disse Padre Liberman, uno dei più grandi maestri spirituali del secolo scorso: “una delle cose che maggiormente paralizzano gli uomini nelle relazioni con Dio, impedendo loro di progredire, è la mancanza di speranza”.
         E’ sempre, infatti, opportuna un’attenta analisi per verificare il grado della nostra fiducia in Dio, a prescindere dalla valutazione dei singoli problemi, più o meno gravi, che ci affliggono; perché è la mancanza di speranza che, a volte, quando ci vediamo messi di fronte a difficoltà di varia origine che riteniamo superiori alle nostre capacità di sopportazione, ci blocca e ci fa indietreggiare sul cammino intrapreso, lasciandoci vincere dal subdolo suggerimento interiore, secondo cui, per superare certi ostacoli, bisognerebbe essere santi e la santità non è per noi.
         La speranza consiste nell’aspettativa della realizzazione di cose desiderate: ma quale grande differenza intercorre tra l’aspettativa della realizzazione di cose terrene, rispetto all’analoga aspettativa, quando quest’ultima ha per oggetto le cose celesti.
         L’aspettativa di cose terrene è sempre, infatti, sottoposta all’eventualità della realizzazione concreta di quanto desiderato: in altri termini, il nostro desiderio può rivolgersi su qualcosa che oggettivamente potrebbe non realizzarsi mai. Non così per le cose celesti, per le quali è la nostra fede a garantirci la certezza dello loro realizzazione, in quanto Dio non delude mai una speranza che sia piena di umiltà e fondata sull’amore.
         Essendo tutti peccatori, l’oggetto della nostra speranza riguarda, innanzitutto, l’allontanamento dell’ira della giustizia divina che ceda il passo all’avvento del suo Amore misericordioso. Non si può parlare di misericordia di Dio se non si crede alla sua giustizia: e la misericordia è giustamente quel potere che Egli ha di prendere un cuore indurito, di toccarlo e di strappargli un grido al quale non può resistere e che potrebbe così efficacemente esprimersi, con le parole di Maria Noel: “Dio mio, io non ti amo….Ma passando, guardami, sosta per un attimo nell’anima mia, metti un po’ d’ordine così, senza dirmi niente….Se vuoi che io ti ami, dammi l’amore. Io non ne ho, non ci posso far niente. Ti do quello che ho: la mia debolezza. Il dolore….Questa disperazione….Questa vergogna inaudita, il mio male e la mia speranza!”.
         Speranza, quindi, nella propria salvezza e di quella degli altri, nonostante la nostra pochezza, unitamente alla speranza nel grande aiuto per ottenerla, offerto dalla preghiera, unica arma con la quale possiamo vincere il Signore.
         E’ quando avverto la mia estrema debolezza è, allora, che si manifesta in me una grande potenza: è la speranza certa nell’aiuto del Signore, la “mia” forza.
         Mi sovviene, al riguardo, il racconto proposto da un sacerdote durante una sua omelia.
         Un bambino è alle prese di un pesantissimo vaso che cerca di spostare: il padre lo osserva e lo incoraggia ad insistere, dicendogli di essere sicuro che il piccolo ce l’avrebbe fatta con le proprie forze. Alla fine, però, il bambino, dopo ulteriori e vani tentativi, desiste. Il padre lo invita a verificare se effettivamente ha utilizzato tutte le sue forze; il bambino annuisce, senonchè il padre gli fa presente che ciò non corrisponde al vero, in quanto: “non hai chiesto – gli dice – il mio aiuto”.
         La speranza è una virtù forse un po’ negletta, immeritatamente: essa, infatti, costituisce l’indispensabile corollario che ravviva, rinvigorisce e purifica le altre due virtù teologali della fede e della carità.
         Infatti, mentre, da un lato, elimina ogni possibilità di presunzione su eventuali propri meriti idonei al conseguimento della salvezza, dall’altro efficacemente combatte contro gli inutili sensi di colpa che possono portare allo sconforto ed alla disperazione, in considerazione della nostra pochezza.
         La speranza nel ritorno alla Patria Beata dà coraggio nella sofferenza e ci spinge, comunque, in questa fiduciosa attesa, a vivere sempre con serenità e gioia: gioia che, sia pur inconsapevolmente, distribuiremo a quanti avremo modo di incontrare sul nostro cammino, senza che, con questo, possa diminuire: “la felicità è una merce meravigliosa – sosteneva, infatti, Pascal – più se ne distribuisce e più se ne ha”.
 
TOP 
 
 
 
         In un omelia riportata nella raccolta, intitolata “Gli amici di Dio”, Josemaria Escrivà, raccontava di una nobildonna spagnola molto ricca ed abitante in un lussuoso edificio; costei, però, pur disponendo di notevoli ricchezze, conduceva una vita morigerata, spendendo per sé stessa lo stretto necessario per sopravvivere e destinava il superfluo, valutato con grande generosità, ai più bisognosi ai quali personalmente si dedicava; a costei contrapponeva il ricordo di un mendicante, sicuramente nullatenente, che usufruiva abitualmente di una mensa dei poveri e che lo aveva colpito per una sua singolare particolarità: ogni volta che interveniva alla mensa, il mendicante, appena seduto, estraeva, con evidente ostentazione, dalla tasca interna della sua giacca un cucchiaio di peltro e lo usava visibilmente compiaciuto ed orgoglioso di poter disporre, a differenza di tutti gli altri, di una “sua” posata che, nella sua mente, doveva suscitare invidia negli astanti. Alla fine del pasto, dopo una sommaria pulizia e, dopo aver avvolto con cura il cucchiaio in un fazzoletto, lo deponeva di nuovo nella tasca della sua giacca.
         Tra i due soggetti non è difficile individuare, sulla base degli insegnamenti evangelici, il vero “povero” ed il vero “ricco”.
         La ricchezza, invero, non si misura con riferimento alla quantità di beni da ciascuno posseduti: ciò lo capirono bene innanzi tutto gli Apostoli, i quali, pur possedendo ben poco, ebbero ad affermare: “se è così, non si salva nessuno”, dopo l’incontro di Gesù con il giovane ricco ed aver appreso quale ostacolo costituisce la ricchezza all’entrata nel regno di cieli.
         Invero la “povertà” si identifica nella castità del rapporto con le cose, anche se estremamente difficile appare il suo raggiungimento, sicché, forse, ad evitare pericolose tentazioni, sarebbe preferibile praticare una povertà francescana, basata sull’effettivo e concreto distacco da tutte le cose.
         Se questo è il precetto evangelico, l’osservazione del comportamento umano ci porta, invece, ad assistere al prevalere di una logica completamente diversa.
         Sul piano individuale i valori dell’avere soffocano quelli dell’essere: io sono per quello che ho e non per quello che realmente sono.
         Sul piano dell’impresa, la spinta determinata dalla ricerca ad ogni costo dell’incremento del profitto, porta chiaramente in direzione opposta a quella indicata da principi ispirati alla solidarietà.
         Ho letto di recente un articolo di un dirigente di una società di consulenza aziendale il cui motto era :“dominare o morire”. E’ questa logica perversa che ci spinge ad accumulare insensatamente ricchezze, senza badare all’altro che siamo pronti a prevaricare se non addirittura ad “uccidere”: a volte uccidiamo noi stessi, cedendo ai mezzi più indegni, pur di realizzare il “dominio” sul mondo, in contrasto con ogni principio di morale cristiana.
         D’altra parte è lo stesso concetto di proprietà privata, civilisticamente inteso, che viene ridisegnato in termini sconvolgenti dalla morale cristiana: ciò che è “mio” in effetti mi è stato dato in semplice custodia e gestione. Ciò comporta che ogni uso abnorme di quello che ho, diventa lesivo del precetto “non rubare”: il pane che avanza dalla mia tavola per essere buttato via è, infatti, sottratto al povero che muore di fame; fame che costituisce uno dei più grandi scandali del nostro tempo.
         Se ciascuno diventa trasgressore del settimo comandamento per ogni smodato abuso nella spendita di ciò che è proprio, molto di più, poi, dovrebbero sentirsi trasgressori di tale comandamento quanti, nella gestione di disponibilità non proprie – soprattutto se pubbliche – non si attengono a criteri di doverosa moderazione, anche se i comportamenti posti in essere risultano formalmente conformi al diritto positivo.
         La mancanza di un’appropriata cultura cristiana sul rapporto con il denaro porta, a volte, da un lato, ad accettare vie illecite pur di procurarsene sempre di più, dall’altro, sempre per lo stesso motivo, ad accettare condizioni troppo onerose, imposte da soggetti senza scrupoli. Così l’usura, nella quale il soggetto “vittima” è il richiedente dell’illecita prestazione (costituendo tale richiesta l’indispensabile presupposto, come avviene nel caso della prostituzione, della consumazione dell’odioso delitto in questione) il più delle volte è determinata da richieste intese a finanziare spese voluttuarie, non adeguate alla propria condizione finanziaria, ovvero temerari progetti di espansione della propria attività che non possono trovare soddisfazione nelle fisiologiche sedi bancarie competenti.
         E’ necessario, pertanto, ripristinare una corretta scala dei valori che, privilegiando il valore dell’essere su quello dell’avere, tenga sempre in debito conto il rispetto della dignità umana che esige la pratica della virtù della temperanza (moderazione), giustizia (rispetto dei diritti altrui) e solidarietà (aiuto ai fratelli bisognosi).
         Invero, la perfetta solidarietà cristiana si raggiunge – riscoprendo, così, il valore della povertà – seguendo la regola aurea del Signore che da ricco che era si è fatto povero per noi, secondo la sua liberalità, perché noi diventassimo ricchi.
         La vera povertà cristiana non è, comunque, il fine da raggiungere, valido per sé stesso, né il mezzo per arricchire gli altri, ma solo l’indispensabile presupposto per intraprendere la via di una vera e perfetta sequela di Cristo.
 
 
 
         “Signore cosa devo fare per avere la vita eterna?” E’ la domanda che tutti conosciamo, rivolta a Gesù dal giovane ricco. “Rispetta i comandamenti”; “Quali?”; “non uccidere, non rubare, non commettere adulterio…” Questa risposta non soddisfa, però, il giovane: evidentemente si tratta di una persona che non ha nemici, è ricca ed ha una tranquilla ed appagante situazione coniugale, sicché quei precetti non gli dicono nulla, in quanto prescrivono atteggiamenti naturalmente seguiti, in assenza di situazioni obbiettive che possano spingerlo ad agire diversamente. Il Signore avverte questa insoddisfazione ed aggiunge: “se vuoi essere perfetto, vendi tutto, dà tutto ai poveri e seguimi”.
         Quest’ultimo richiamo potrebbe, invero, ad un superficiale lettore, far sorgere l’equivoco di una infondata differenza, nell’insegnamento del Signore, tra quelli che sono i veri e propri precetti (comandamenti), da un lato, ed i semplici inviti, dall’altro: nel senso di far apparire la ricerca della perfezione come una semplice opzione che può aggiungersi o meno, a nostra discrezione, a quel minimo indispensabile per ottenere la vita eterna, costituito dall’osservanza dei comandamenti.
         Invero, quello che Dio esige da tutti indistintamente è che le nostre anime, fatte a sua immagine, giungano ad essere sante in questa vita per godere della beatitudine nell’altra; la nostra vocazione deve, pertanto, tendere sempre alla perfezione per acquistare la santità cui devono mirare tutti gli atti della nostra vita: ogni singolo atto da valutare in sé stesso, a prescindere dal fine per il quale potrebbe essere preordinato.
         E’ fuori dubbio, comunque, che di fronte a quanto sentiamo di dover corrispondere, svariati possono essere i condizionamenti esterni che determinano una diversità di peso soggettivo nei confronti dello stesso precetto; l’adempimento del precetto: “non commettere adulterio” può, infatti, comportare un impegno molto leggero, come nel caso ipotizzato del “giovane ricco”, fino ad arrivare ad un vero martirio, con riferimento alla particolare situazione della “casta Susanna”, tanto efficacemente richiamata dal Santo Padre, nell’enciclica “Veritatis splendor”.
         Queste differenze non fanno, comunque, venir meno la validità universale (nel tempo, nello spazio ed a prescindere dalle particolari situazioni) dei principi indicati nella legge divina da rispettarsi da chiunque, sulla base delle individuali virtù che non verranno meno secondo la grazia di Dio che viene data a tutti, a chi più ed a chi meno, senza che a nessuno manchi il sufficiente.
         “Questo comandamento che oggi ti ordino non è troppo alto per te né troppo lontano da te. Non è nel cielo perché tu dica: chi salirà per noi in cielo per prenderlo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare perché tu dica: chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Questa parola è, invece, molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica”; così dice il Signore.
         A volte, per intraprendere la via giusta, crediamo di metterci alla ricerca di Dio, quando è Lui, invece, che ci cerca: è nota la storiella di chi cercava affannosamente di aprire una porta spingendola con tutta la sua forza: quando, alla fine, esausto, desistette, si accorse che quella porta si apriva nel senso opposto…..
         “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni verso gli altri”.
         La via del Signore è, dunque, la via dell’amore: amore alimentato dagli imprescindibili valori di fedeltà, sacrificio, temperanza, solidarietà, obbedienza, castità, quest’ultima intesa – nel circoscritto ambito di un consacrato vincolo coniugale – come contrapposizione e negazione di una sessualità depersonalizzata, strumentalizzata, e basata sulla soddisfazione egoistica dei propri istinti e piaceri.
         Via, nella quale la vita non viene apprezzata come piacere e benessere, cosa che porta a non accettare la sofferenza, bensì come opportunità che la stessa non sia del tutto aliena da mortificazioni, penitenze e digiuni, adeguatamente calibrati secondo le individuali possibilità, tali da renderci pronti e disponibili nei confronti di eventuali future avversità e più comprensivi verso gli altri, incrementando la nostra generosità verso i poveri ed i sofferenti.
         Disponibilità, quindi, fino a dare la vita per gli altri che si realizza, anche al di fuori di immagini cruente, nell’offerta quotidiana di noi stessi.
         Tempo addietro un amico mi raccontava un episodio realmente accadutogli, mentre percorreva in automobile un strada di Roma: ad un incrocio gli si avvicinò il solito extracomunitario, il quale si offrì di pulirgli il parabrezza. Durante l’operazione ebbe modo di scambiare quattro chiacchiere con costui; appena mise mano al portafoglio per la consueta mancetta, l’extracomunitario la rifiutò dicendogli di averla già ottenuta. “Ma come – gli disse il mio amico – io non ti ho dato nulla” : “mi hai parlato”, fu la risposta dell’extracomunitario.
         Il dare la propria vita si realizza, in effetti, con l’offerta di noi stessi (dare ciò che si è e non solo ciò che si ha) che può consistere anche nella semplice disponibilità all’ascolto dell’altro, cosa tanto difficile al giorno d’oggi.
         Il tutto con spirito di carità non rinchiusa entro alcun limite: se, infatti, Dio è amore, la carità non deve avere confini.
         Accanto a questa strada spesso raffigurata come via stretta e dolorosa, che porta alla salvezza, ve ne è un’altra, larga e piacevole che porta alla perdizione e che è battuta da quanti non osservano i precetti divini.
         Vi è però una terza strada: i suoi frequentatori, apparentemente, si comportano come quelli della prima strada; senonché anche questa non porta alla salvezza. I viandanti di questa strada sono gli ipocriti, quanti, cioè, appaiono praticare le stesse cose di quanti percorrono la prima strada, ma solo per ostentazione e vanagloria, ovvero per realizzare una molto improbabile compensazione tra tutto quello che fanno di buono ed una condotta di vita segnata dalla ricerca continua del compromesso faticosamente raggiunto attraverso ambiguità, reticenze, uso fraudolento di mezzi apparentemente leciti, colpevoli silenzi e, pertanto, totale assenza della necessaria trasparenza, il tutto assistito da un deleterio intimo compiacimento per le lodi ed i ringraziamenti della larga schiera dei loro beneficiati anche se, volte, a danno di altri soggetti sconosciuti ed indifesi. In tale situazione tutte le loro buone azioni (beneficenza, assistenza, preghiera, partecipazione a ritiri spirituali unitamente all’eventuale pratica di penitenze, digiuni e mortificazioni) non producono alcun frutto, in quanto tutto ciò è radicalmente inquinato dalla totale assenza di quella purezza di cuore che deve sempre costituire il necessario fondamento di una vita veramente cristiana.
         Ritornando alla contrapposizione tra le due strade, devo ammettere che per lunghissimo tempo ho vissuto nel grave equivoco del ritenere la prima strada (quella che porta alla salvezza) frequentata da soggetti tristi, perché colpiti da ogni tipo di sofferenza, con immani croci sulle spalle (più o meno invocate con spirito masochistico), mentre la seconda (quella che porta alla dannazione) frequentata, invece, da soggetti spensierati e gaudenti.
         Invero, lo stesso Gesù ha affermato: entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e molti sono coloro che entrano per essa. Quanto angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita. E quanto pochi sono quelli che la trovano”. Ma perché la via che conduce alla vita è “stretta” ed “angusta” la sua porta, mentre quella che conduce alla perdizione è “spaziosa” e “larga” la sua porta?
         Gesù stesso ha spiegato che chi vuole percorrere la strada della salvezza (cioè seguirlo) deve preventivamente rinnegare sé stesso e prendere la propria croce.
         “Rinnega te stesso”: ecco la via e la porta “angusta” e “stretta” attraverso cui è necessario passare e ripassare continuamente e quanto è difficile permanervi.
         “Prendi la tua croce”: il Signore ti invita a prendere la “tua” croce e non già a cercarla ed, eventualmente, scambiarla con una più leggera o più pesante.
         Una storiella che non ricordo di averla letta o sentita, narra di un tale che, ritenendo di essere afflitto da una croce troppo pesante, chiedeva continuamente al Signore di sostituirgliela con una più leggera: alla fine il Signore acconsente, conducendo la persona in un campo sterminato, ove erano presenti tutte le croci (di varie dimensioni e pesi) assegnate a tutti gli abitanti della terra, dandogli l’opportunità di sceglierla. Dopo lunga ricerca, la persona in questione indica al Signore la croce prescelta e, con somma sua meraviglia, si accorge di aver scelto esattamente la propria.
         In effetti, a prescindere dalla strada che si sta percorrendo, ognuno ha la “sua” croce: ciò che ci viene richiesto è di accettarla con atteggiamento disponibile ed amorevole.
         Allora, ci accorgeremo che il “suo peso è leggero” e percorreremo con gioia la via indicata dal Signore: gioia che non dipende dalle cose esteriori, dalla presenza di una persona, o da circostanze favorevoli, ma che è indice di fedeltà ad una Presenza che abita in ognuno di noi.
         Scopriremo, inoltre, seguendo sempre la stessa via che ciò che è “bene” è anche “bello”, di una bellezza che non coincide con quella che appaga la vista corporea, ma risiede essenzialmente in quell’intimo e profondo compiacimento fondato sul piacere della comunione della propria vita con quella dell’altro che incontriamo.
         Via del Signore che non è, quindi, via tetra del dolore e della tristezza, bensì via luminosa, perché via dell’Amore, della Bellezza, della Gioia.
         Via dell’amore che è la via del comandamento nuovo di Gesù Cristo che ci spinge alla continua ricerca del “fare all’altro quello che vorresti l’altro faccia a te”, superando i limiti angusti del precetto di “non fare all’altro quello che non vorresti l’altro faccia a te”, fondato essenzialmente sul rispetto dell’altro che può produrre solo separazione e lontananza dall’altro e, prima o dopo, conduce alla tomba del vero Amore.
 
 
 
 
         L’esigenza di una nuova evangelizzazione è oggi particolarmente sentita quale possibile rimedio ai mali che affliggono l’uomo contemporaneo: essa comporta l’annuncio e la celebrazione della Parola, proponendo i contenuti del Vangelo nella predicazione e nel dialogo personale.
         E’ necessario proclamare e testimoniare il Vangelo verso chiunque: il tutto con esclusione di idee personali e senza temere l’ostilità, l’impopolarità, rifiutando ogni compromesso ed ambiguità, cercando di suscitare una salutare inquietudine in coloro che si sono allontanati dal Signore per colpa propria o per scandali altrui, perché ritornino a Lui e rimangano sempre nel suo amore.
         “Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta, con ogni magnanimità e dottrina”: questo è l’insegnamento di S. Paolo.
         Purtroppo, “l’insidia che oggi va profilandosi per la famiglia dei redenti dal sangue di Cristo – come affermato dal Cardinale Biffi – consiste nel rilevare che i discepoli di Gesù, stanchi del pesante onere della testimonianza al Crocifisso risorto che viene loro affidata nel battesimo, si riducono a parlare di pace, di solidarietà, di amore per gli animali, di difesa della natura ecc…Così il dialogo con i lontani, non inciampando mai in un maestro che pretende di essere unico….né in un uomo che incredibilmente è anche Dio, si fa meno irto e più spedito…Come se…di Lui non fosse stato mai detto che è segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori”.
         Invero, un’autentica testimonianza cristiana si basa essenzialmente sulla partecipazione, senza finzioni, ai fratelli del mistero della propria nuova vita e ciò, più che con parole superflue, attraverso l’esempio concreto di un adeguamento reale e radicale dei propri quotidiani comportamenti ai principi cui si ritiene di doversi ispirare.
         Così facendo si può, forse, cadere nella tentazione di sentirsi incompreso.
         In effetti chi si ritiene incompreso, il più delle volte, manifesta una forte presunzione di sé stesso: “come mai il mio agire non è apprezzato ed additato agli altri come esempio? Come mai le mie idee, le mie affermazioni, le mie parole non sono accolte e messe in pratica dagli altri?”.
         Tale stato d’animo può portare all’auto esaltazione di sé stesso di fronte a tutto il mondo circostante, fino a ritenersi quasi un nuovo profeta….Ciò può avvenire quando il soggetto è mosso prevalentemente dall’infondato proponimento, più o meno consapevole, di voler, col proprio comportamento, cambiare il modo di essere degli altri.
         Il vero “testimone”, invece, innanzitutto, non si prefigge mai di “testimoniare”: saranno gli altri, eventualmente, ad accorgersi di avere a che fare con una persona diversa che agisce controcorrente, in maniera evidentemente contraddittoria nei confronti del modo di porsi di tutti gli altri.
         La vera testimonianza è, poi, svincolata da un obbiettivo da raggiungere: la sua validità va ricercata in sé stessa e non ha bisogno di riscontri sulla base degli effetti conseguiti: che se vengono realizzati effetti immediati, possono, forse, sorgere addirittura seri dubbi sulla sua autenticità.
         La vera testimonianza, infatti, non è chiassosa e, pertanto, è aliena da accuse clamorosamente formulate, puntando il dito ostentatamente nei confronti di chi si ritiene non sia sulla retta via, ma agisce con discrezione, eventualmente richiamando quest’ultimo amorevolmente e nella maniera più riservata possibile in modo da non suscitare inutili scandali.
         La vera testimonianza è, inoltre, aliena, il più delle volte, dalla “predica”, affidandosi, invece, ad un più eloquente silenzio.
         A proposito della predica silenziosa mi piace ricordare un apologo orientale: poco prima della predica di un maestro buddista, un uccello cominciò a cantare su di un albero fuori delle mura del monastero. Il maestro tacque e tutti ascoltarono il canto in rapito silenzio. Appena l’uccellino smise, il maestro annunziò che la predica era finita e se ne andò.
         Testimoniare è saper cogliere le occasioni che vengono offerte nel quotidiano, facendo valere una presenza che si realizzi secondo le modalità più opportune che le situazioni del momento suggeriscono, senza alcun timore delle eventuali conseguenze negative su sé stessi, a volte scegliendo il nascondimento, sempre che quest’ultimo non possa essere interpretato disinteresse o, peggio, acquiescenza e tacita approvazione dell’operato altrui.
         Tutto ciò, inevitabilmente, può comportare emarginazione, disprezzo e derisione: “se Cristo venisse oggi fra noi – come qualcuno ha affermato – forse sceglierebbe il martirio della derisione”.
         Comunque, “nonostante le apparenze – e queste sono le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate in occasione di una sua visita in Polonia – i diritti della coscienza vanno difesi anche oggi. Sotto l’insegna della tolleranza si diffonde, infatti, nella vita pubblica e nei mezzi di comunicazione di massa una intolleranza sempre più forte: i credenti ne risentono dolorosamente. Essi avvertono crescenti tendenze alla loro emarginazione nella vita sociale: si deride, a volte, e si schernisce ciò che per loro è più sacro. Queste forme di ritornante discriminazione destano inquietudine e fanno molto pensare”.
 
TOP 
 
 
         A Mosè, il quale chiedeva quale fosse il nome di Dio che gli aveva parlato dal roveto ardente, per riferire agli Israeliti quanto aveva udito, Dio rispose: “Io sono colui che sono. Dirai agli Israeliti: Io sono mi ha mandato a voi”.
         Pare quasi di sentirla questa voce solenne e maestosa scandire con potenza quell’ “Io sono”, come il fragore che, rompendo il silenzio, squassa ogni cosa e si propaga di valle in valle, moltiplicandosi in mille echi tumultuosi.
         Può sembrare la voce imperiosa di un Dio sterminatore, vendicatore, “terribile”, pronto impietosamente a castigare le sue malcapitate creature, senza possibilità alcuna di scampo o riparo: di fronte ad un Dio siffatto c’è solo, inevitabilmente, la propensione ad una fuga precipitosa e di esito quanto mai incerto, unitamente ad un angoscioso senso di paura e di disperata tristezza.
         Ma come mai è possibile pervenire a tale concezione di Dio che, invece, è sommo Bene ?
         Perché questa sensazione di annichilimento e di crollo spaventoso innanzi a chi si identifica con l’ “Io sono”; crollo simile a quello di cui furono colpiti i guerrieri romani quando, venuti a prendere Gesù ed avendogli chiesto se era proprio lui, ne ebbero un’analoga risposta?.
         Invero, tale è la condizione della creatura che avverta, sia pure inconsapevolmente, come la propria identificazione sia da ricercarsi nel suo “non essere”: è allora che la distanza tra l’io e l’“Essere” diventa abissale ed incolmabile.
         “Non essere”, identificato in quel continuo divenire, ove si finisce per vivere immersi nel passato (o meglio nel ricordo di un passato che non  esiste più) e dallo stesso, comunque, condizionati, nel bene e nel male e, quindi, proiettati verso un futuro tutto terreno (comunque anch’esso non reale, perché ipotetico, sul cui contenuto si hanno, alternativamente, solo vaghe aspettative positive o negative): tutto ciò comporta la perdita del “presente” che diventa, così quell’attimo fuggente assolutamente indecifrabile, con la conseguenza della fuga da Chi, invece, è l’eterno presente, oltre ogni umano limite di tempo.
         Si tratta, allora, di trovare la capacità di adeguare il proprio “non essere” all’ “Essere” per convertire quella fuga da ciò che passa verso ciò che rimane in eterno, al fine di pervenire ad una concreta partecipazione con l’ “Essere” stesso: la via, l’unica via giusta che conduce a quell’incontro, tutti già la sappiamo.
         Allora il tuono fragoroso si modificherà in un “lieve sussurro di una brezza leggera”; la disperata tristezza in soave malinconia che pervade l’uomo quando, per dirla con le parole di Romano Guardini, “avverte di essere prossimo all’infinito”; la terrificante paura, in sano timore. Timore che non è lo stato d’animo che attanaglia l’umana debolezza quando teme di soffrire ciò che non vorrebbe gli accadesse: in tale stato d’animo ciò che si teme non è oggetto di apprendimento, poiché le cose terribili si incaricano da sé stesse di incutere terrore.
         Del timore di Dio sta, invece, scritto: “Venite, figli, ascoltatemi: vi insegnerò il timore del Signore”. Dunque il timore del Signore si impara, perché viene insegnato.
         “Questo genere di timore – come diceva S. Ilario – non sta nello spavento naturale e spontaneo, ma in una realtà che viene comunicata come dottrina. Non promana dalla trepidazione della natura, ma lo si comincia ad apprendere con l’osservanza dei comandamenti, con le opere di una vita innocente e con la conoscenza della Verità”.
 
TOP 
 
 
         “Tutto è compiuto”. Dopo aver sofferto la passione dell’anima al Gethsemani (“l’anima mia è angosciata fino alla morte”), dopo un processo burla conclusosi con la condanna a morte, dopo essere stato flagellato, deriso, offeso, incoronato con una corona di spine, inchiodato su di una croce come un volgare peccatore; dopo essersi fatto Lui stesso peccato ed aver sperimentato l’abbandono del Padre, tanto da lanciare quel grido così carico di umano strazio (“Padre mio, perché mi hai abbandonato ?”); dopo aver toccato il fondo del più totale annichilimento, il corpo di Gesù pende inanimato dalla croce. Nessuno l’ha soccorso, i suoi angeli lo hanno ignorato e Lui è morto come muoiono tutti gli uomini, come, peggio, muoiono due comuni ladroni, condannati come Lui a subire la stessa morte.
         Di fronte alla testimonianza di tali eventi, che valore può più avere la sua affermazione di essere figlio di Dio?
         Già nell’agonia del Gethsemani, gli Apostoli lo hanno abbandonato, cedendo al sonno; dopo il su arresto ed il suo processo, l’abbandono si fa più incisivo fino ad arrivare al rinnegamento. Di fronte, poi, ad una morte così scandalosa non resta che la fuga: ai piedi della croce restano quelle poche persone che solo un grande amore può tenere ancora a Lui avvinte, come sua Madre e Giovanni.
         Dove sono le folle che lo seguivano per sentirlo e usufruire dei suoi miracoli? L’autore di tanti miracoli non è stato capace di salvare sé stesso; ormai non c’è più alcuna speranza di altri suoi interventi, perché Lui stesso è morto e le folle si dissolvono.
         Il Messia, colui sul quale un intero popolo faceva affidamento e voleva incoronare come Re ha, ora, quel titolo scritto su di un foglio inchiodato, come il suo corpo, sul legno di una croce.
         Tutto è finito, come un sogno; resta solo il ricordo di una speranza ormai svanita.
         Sconforto e paura coinvolgono tutti i seguaci di in tempo, unitamente ad una grande delusione come chiaramente manifestata dai due discepoli di Emmaus: così tutti ritornano alle loro originarie occupazioni, con l’unico intento di disperdersi e confondersi tra gli altri per evitare di essere riconosciuti e subire la stessa ingloriosa fine.
         Passano alcuni giorni e la scena è radicalmente cambiata: i seguaci di Gesù sono tornati sulla breccia. Non hanno più paura di incontrarsi; tristezza e disperazione cedono il passo ad una irrefrenabile gioia.
         Che cosa è successo? Chi li ha svegliati dal sonno nel quale erano caduti, fornendogli un nuovo vigore, tanto che ora non hanno più paura di essere riconosciuti e sono pronti e disponibili a dare la propria vita come Lui l’ha data?
         Solo qualcosa di veramente sensazionale può sortire un simile effetto: nessun ripensamento, così immediato e clamoroso, è, infatti, possibile dopo quello che è successo.
         Gesù è risorto! Ecco la sconvolgente notizia: sono in tanti a vederlo e la notizia si propaga tra il suo popolo; il Redentore, pazzo di amore per i fratelli, è davvero ritornato!.
         “Se Gesù non è risorto la nostra fede è vana”, così dice S. Paolo: è, infatti, la Resurrezione di Cristo l’indispensabile fondamento su cui basare la nostra fede e la nostra speranza sulla nostra resurrezione, come lo fu per i suoi contemporanei seguaci.
         Resurrezione è riconoscerLo e farsi riconoscere: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio, che è nei cieli”.
         Appaiano anche ora i segni della nostra futura resurrezione e ciò che un giorno deve verificarsi nei corpi, si compia ora nei cuori, trasformandoci in creature nuove – con il dono di amore di Dio – per essere preparati alla Pasqua gloriosa del Suo regno.
         Il mondo passa, dobbiamo passare dal mondo per non passare col mondo: per tutti si apra il passaggio alla Patria perduta, a meno che qualcuno non voglia precludersi da sé stesso quella via, che pure si aprì alla fede del ladrone.
 
TOP 
 
 
 
         Gesù Cristo venne al mondo per mezzo della Vergine Maria, dopo che lo Spirito Santo ebbe chiesto ed ottenuto il suo consenso: la sua umiltà fu così profonda che Dio si compiacque di occultarla agli sguardi di quasi tutti gli uomini nella sua nascita, nella sua vita, nella sua resurrezione ed assunzione.
         Maria è il vero albero che porta il frutto di vita ed è, quindi, il mezzo sicuro, la via retta ed immacolata per andare a Gesù Cristo ed allontanarci dal male. Dio, infatti, donò a Maria fin dal paradiso terrestre, quantunque ella esistesse solo nella Sua mente, tanto odio contro Satana, maledetto nemico di Dio (“Io porrò inimicizia tra te e la donna, la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”), tanta abilità per scoprire la malizia di questo antico serpente, tanta forza per vincerlo ed umiliarlo, che egli la teme più degli angeli.
         Gesù Cristo nostro Salvatore, vero Dio e vero uomo, deve, comunque essere sempre il fine ultimo di tutte le nostre devozioni verso Maria: altrimenti esse sarebbero false ed ingannatrici.
         Gesù Cristo è il nostro avvocato e mediatore  di redenzione presso Dio Padre; ma non abbiamo forse bisogno di un altro mediatore presso il Mediatore stesso? La nostra purezza è abbastanza grande per unirci direttamente a Lui da soli?
         Convinciamoci, allora, con S. Bernardo che abbiamo bisogno di un mediatore presso il Mediatore e che Maria è la più idonea a compiere questo ufficio.
         Offrendo, così le nostre buone opere al Signore per suo tramite, Ella le purifica di ogni macchia che si insinua insensibilmente nelle migliori azioni. La Vergine abbellisce ed adorna i nostri doni dei suoi meriti e delle sue virtù.
         “Ed avviene – citando un esempio indicato da San Luigi M. Grignion da Monfort – come se un contadino, volendo guadagnarsi l’amicizia e la benevolenza del re, andasse dalla regina e le presentasse una mela che è tutta la sua rendita, affinché la presentasse al re. La regina, avendo accettato il povero e piccolo dono del contadino, metterebbe questa mela in un grande e bel piatto d’oro e lo presenterebbe al re da parte del contadino: allora la mela, sebbene indegna in sé stessa d’essere presentata ad un re, diventerebbe un dono degno della sua Maestà, avuto riguardo al piatto d’oro in cui si trova ed alla persona che lo presenta”.
         Offrendo, allora, tutte le nostre azioni al Signore, per mezzo di Maria, saremo sicuri del suo intervento: così le nostre statue saranno completate ed abbellite, i nostri vasi rotti saranno ricomposti, i nostri quadri sbiaditi riceveranno nuovo colore e splendore, i nostri fiori appassiti ritorneranno freschi e profumati.
         S. Agostino chiama Maria “forma Dei”, stampo vivo di Dio: soltanto in lei si formò l’Uomo-Dio, al naturale, senza che gli mancasse nessuno dei lineamenti divini e, ugualmente, solo in lei l’uomo può trasformarsi in Dio, con la grazia di Gesù Cristo.
         In due maniere l’artista può produrre una statua: lavorando la materia a colpi di scalpello, oppure ricavandola di getto da uno stampo. Il primo modo è lungo, difficile, ed esposto a molti sbagli; il secondo, invece, è svelto e facile, purché lo stampo sia perfetto: il grande stampo di Dio preparato dallo Spirito Santo per formare al naturale un Dio-uomo, è Maria. Chiunque si metta in esso e si lasci plasmare, riceve subito i lineamenti di Gesù Cristo, vero Dio.
         Da ciò il grande vantaggio di santificarsi per mezzo di Maria con una vera e perfetta devozione nei suoi confronti.
         “Fortunata l’anima – scriveva S. Luigi da Monfort – in cui è piantato l’Albero della vita, Maria; più fortunata quella in cui ha potuto crescere e fiorire; fortunatissima quella in cui ha potuto dare il suo frutto; ma soprattutto fortunata quella che gode di questo frutto e lo conserva fino alla morte e per i secoli dei secoli”.
 
 
 
         “A volte svegliandomi a me stesso dal mio sogno corporeo e, diventato estraneo a tutto ciò che mi circonda, contemplo nel mio intimo profondo una bellezza meravigliosa e solo allora mi rendo conto di essere chiamato ad un destino più alto…”
         Questa frase con la quale Plotino inizia a parlare – nelle Enneadi – della suggestiva facoltà del “contemplare”, mi attirò in maniera del tutto particolare, spingendomi a divorare letteralmente tutte le pagine successive che trattavano l’argomento. In esse veniva evidenziato il carattere primario del “contemplare” rispetto al “fare”, basandosi, per detto autore, la differenza tra le due “attività” essenzialmente sullo scambio dei contenuti – normalmente accettati – dei termini “sogno” e “realtà”, divenendo, cioè, “realtà” tutto ciò che è oggetto di pura contemplazione, contrapposto al mondo di effimero “sogno”, corrispondente alla realtà fenomenica, di comune percezione sensoria.
         L’entusiasmo iniziale nei confronti di questo modo di concepire la nostra realtà, caratterizzato da una continua fuga “da solo a solo” verso un fantomatico Creatore, definito l’Uno, andò man mano scemando, non appena mi resi conto che il valore finale di questo apparentemente fantastico volo solitario risiedeva, appunto, nella vana ricerca, sia pure non espressa, della perfezione del più totale isolamento dal mondo circostante e dai fratelli in particolare.
         Mi resi conto che ben diverso era il significato della contemplazione, cristianamente intesa, laddove fondamentale resta sempre l’alto valore attribuito al dialogo interpersonale, pur basato sull’imprescindibile rapporto io-Dio. Contemplare significa, innanzi tutto, guardare il mondo che ci circonda (senza estraniarsi da esso) con uno sguardo particolare che consenta di scorgere le realtà nascoste delle cose.
         Un antico racconto arabo può aiutare a capire meglio cosa significhi avere uno “sguardo contemplativo”.
         Magnum, il protagonista del racconto, è un giovane da tutti ritenuto un folle, perché vaga perennemente nel deserto di sabbia: senonchè il deserto altro non è che il giardino paradisiaco, velato, coperto, perché è territorio sacro, spirituale, inviolabile, che si nasconde agli occhi dell’uomo peccatore, dell’uomo che ha perso il dono della vista soprannaturale. Magnum, il giovane “pazzo d’amore” è, invece, un uomo che nasconde una realtà che gli altri uomini non possono capire: la sua follia consiste nel vivere spiritualmente accanto a Dio: sicché tutti vedono Magnum vagare nel deserto, mentre egli vive realmente nel giardino delle delizie.
         Avere uno sguardo contemplativo vuol dire saper scorgere il volto di Cristo in tutti i fratelli che incontriamo, anche quelli che ci appaino oltremodo tenebrosi: saper trarre dal male il bene.
         Il più alto esempio di sguardo contemplativo ce lo offre la Vergine Maria con il suo “Magnificat”: Ella, in evidente contrasto con le apparenze della sua vita concretamente vissuta, magnifica il Signore, perché: “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”.
         La contemplazione così intesa non può non costituire l’indispensabile presupposto di qualsiasi modo di vivere nel Signore, sicché non ha alcun valore la contrapposizione tra vita “contemplativa” e vita “attiva”, qualora per vita “attiva” si intenda una modalità di vita cristiana che possa prescindere dal preventivo “contemplare” persone ed avvenimenti a noi vicini.
         Le modalità di vita nel Signore sono, invero, svariate, ma è sicuramente vita “attiva”, per i meravigliosi effetti che è capace di produrre, anche l’esercizio del migliore e più valido di tutti gli apostolati: l’apostolato della preghiera e dell’oblazione, distinto dall’apostolato, pur sempre indiscutibilmente valido, costituito dalle opere esteriori.
         Ma anche qui è bene non procedere a rigorose contrapposizioni, che potrebbero far ritenere che l’apostolato della preghiera e dell’oblazione sia esclusiva prerogativa della vita vissuta nei monasteri.
         Luminosi sono, infatti, gli esempi di intime ed intense esperienze vissute da persone coinvolte nella normale vita quotidiana e, pertanto, al di fuori di una vita ritualmente “consacrata”.
         Il colloquio intimo e personale con il Signore che può interessare sia “laici” che “religiosi” può, a volte, costituire un’irripetibile esperienza del tutto particolare e, comunque, sempre gratuitamente concessa dal Signore, al di fuori di qualsiasi merito individuale: allora potrà capitare di “sentire” interiormente una voce soave illuminare la mente ed aprirla a nuovi e sconfinati orizzonti, per spingerla ad amare sempre di più la sua legge ed avvicinarla a comprendere Misteri inaccessibili.
         Vano ed inutile sarà, allora, ogni tentativo di ulteriori ricerche e di classificare la propria esperienza, confrontandola con le vie seguite dai grandi Mistici, al fine di individuare il grado od il gradino raggiunto, come se la “salita” potesse dipendere dalle proprie capacità individuali.
         Che si tratti, poi, necessariamente di “salire” o “volare” verso l’alto, anche questo non è affatto una regola certa; forse può capitare, invece, di sentirsi sprofondare nel vuoto e nel buio più assoluti della propria pochezza, liberi e svincolati da ogni appiglio che possa frenare la caduta: caduta libera nel buio, sì, ma verso la Luce.
         In ogni caso non servirà nemmeno lo sforzo di ricordare quanto oggetto di quel particolare insegnamento, anche perché, immancabilmente, difficile se non impossibile apparirà ogni tentativo di ricostruzione di quanto “appreso” in maniera tanto inconsueta. Allora l’unica soluzione sarà quella di dire, con la Beata Elisabetta della Trinità: “Nescivi!”. Non so più nulla e nulla voglio più sapere, in un totale e confidente abbandono verso il Signore. Abbandono che spinge ad abdicare addirittura al proprio intelletto ed alla propria volontà; così, libero da ogni peso ed ostacolo, potrò andare incontro al Signore dicendo: “Eccomi, Signore, io vengo per fare la tua volontà”.
 
 
 
        

Nonostante tutti gli sforzi profusi da illustri teologi, è pur sempre la ragione, almeno apparentemente, il più grande ostacolo per l’uomo a pervenire all’accettazione delle verità di fede: ciò in quanto, nella sua presunzione, l’uomo è portato a negare tutto ciò che non può percepire o dimostrare a livello razionale.

     Sembra, infatti, che tutte le più sofisticate costruzioni logiche fin qui elaborate non siano state, infatti, sufficienti a dimostrare l’indimostrabile.

     La soluzione del problema della ricerca di un significato da attribuire alla nostra esistenza (ovviamente per chi tale problema ritiene di doverselo porre) al fine di pervenire a valide risposte alle fondamentali domande esistenziali (“chi sono ?”, “da dove vengo ?”,  “dove andrò dopo la mia morte? ”, “esiste una vita eterna ?”, “esiste davvero un Dio creatore di tutto ?”, ecc.) dovrebbe, allora, essenzialmente trovare un valido fondamento su di un profondo atto di umiltà, dato  che la ragione umana non è in grado né di spiegare, né di operare scelte che possano appagare la sete di conoscenza dell’uomo (“grazie Padre che hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”): è l’umiltà che apre il cuore alla fiducia, predisponendolo a rifugiarsi in Dio.

      Forse, però, un simile modo di affrontare e cercare di risolvere i problemi posti può apparire non solo semplicistico, ma decisamente un modo che privilegia la via della fede, mortificando quella della ragione.

       Non avendo alcuna presunzione di poter affrontare e risolvere tutte le problematiche connesse  ad una sempre aperta questione sui rapporti intercorrenti tra fede e ragione, mi limito, in questa sede, solo ad una sintetica ed elementare (con riferimento alle mie capacità e non, certo, a quelle di chi mi legge) esposizione delle risposte (nelle loro linee essenziali), al riguardo formulate  nell’enciclica “Fides et ratio” di Papa Giovanni Paolo II e nel testo della conferenza che Papa Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere all’inaugurazione dell’anno accademico 2008 dell’Università La Sapienza di Roma, individuando in dette fonti, per mia scelta personale, quelle più chiare ed attuali. 

      Dato che l’uomo è “colui che cerca la verità” (Aristotele nel testo della Metafisica, affermava che : “tutti gli uomini desiderano sapere”) e la stessa vita quotidiana mostra quanto ciascuno sia interessato a scoprire, oltre il semplice sentito dire, come stanno veramente le cose, Giovanni Paolo II, inizia la sua enciclica “Fides et ratio” con questa frase stupenda: “la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”. In tale frase è mirabilmente racchiusa tutta la dotta esposizione successiva: la fede e la ragione, non sono contrapposte ed alternative, ma costituiscono, entrambe, il mezzo necessario (come lo sono le ali per qualsiasi volatile), con il quale lo “spirito umano” (non la “mente umana”) s’innalza verso la “contemplazione” (non la “conoscenza”) della verità. Così, nel cammino di ricerca di risposte “vere” alle domande fondamentali sulla sua esistenza, l’uomo necessariamente deve partire sfruttando al massimo il proprio raziocinio: infatti, “molteplici sono le risorse che l’uomo possiede per promuovere il progresso nella conoscenza della verità….tra queste emerge la filosofia, che contribuisce direttamente a porre la domanda circa il senso della vita e ad abbozzarne la risposta: essa pertanto, si configura come uno dei compiti più nobili dell’umanità” (introduzione all’enc. Fides et ratio). 

     La ricerca della verità, (qualsiasi sia l’oggetto della ricerca) fondata sulla “ragione”, non solo, pertanto, non è da condannare, ma da incoraggiare sempre (l’enc. Fides et ratio intende, infatti, affermare la necessità dell’istanza metafisica): ma cosa avviene di fronte alla constatazione che una ricerca, basata esclusivamente sulla “ragione”, non approda a risultati accettabili e non è in grado di fornire risposte soddisfacenti alle domande come sopra proposte ? “Il pericolo del mondo occidentale - come sostenuto da Benedetto XVI – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo”: la rinunzia alla ricerca  della verità porta, quindi, inevitabilmente al sopravvento di dottrine materialistiche e relativistiche. 

     Partendo dalla considerazione che l’uomo, soprattutto oggi, vive di fiducia (dato che l’uomo, non conoscendo tutto, deve necessariamente riporre la propria fiducia su altri che conoscano quello che per lui è sconosciuto, come avviene, per esempio, nel campo della medicina), Giovanni Paolo II, sempre nell’enc. Fides et ratio, di fronte all’impossibilità, per la ragione, di addivenire a risposte soddisfacenti a quelle domande, invita alla ricerca della persona su cui riporre la propria fiducia per il soddisfacimento di tale desiderio di conoscenza, individuandola in quella Persona, incarnazione della Parola divina, che ha detto di sé: “io sono la verità”, rivelandoci una verità apparentemente irragionevole, ma che fornisce risposte esaurienti a quelle domande.

     Nell’atto libero e volontario di adesione a tale scelta, nella Persona di Cristo Gesù, si identifica l’atto costitutivo della fede cristiana.

     La fede, comunque, appunto perché è essenzialmente basata su di un rapporto di fiducia, non può essere imposta ad altri in modo autoritario, ma può essere solo donata in libertà; accettando per fede certe verità, irraggiungibili con la sola ragione, si realizza il passaggio dalla fase del “cerco di capire per credere” a quella del “credo per poter capire”.

     Ma anche in tale fase, la ragione non viene affatto mortificata, né viene assorbita dalla fede stessa: “la ragione si apre al mistero di Dio e la fede, in qualche modo, emancipa la ragione nell’impedirle di rimanere chiusa in se stessa”; così, con la Teologia (da intendersi correttamente come vera e propria scienza, non appropriata, essendo, al riguardo, la contrapposizione tra scienza e fede) viene, infatti,  posta in atto una “peculiare attività speculativa e metafisica per raggiungere la verità contenuta nelle asserzioni di fede e permettere la loro intelligenza attraverso la formulazione di categorie universali che siano in grado di mediare l’universalità stessa del dato rivelato” (Mons. Rino Fisichella, Introduzione all’enc. Fides et ratio). 

      Forse è lecito, a questo punto, porci questa domanda che potrebbe, a prima vista, apparire, a dir poco, stravagante : il contenuto delle così dette “verità di fede” hanno un’estensione oggettivamente ben definita ed immodificabile per tutti?

      Se, infatti, è vero che fede significa essenzialmente fidarsi di qualcuno che è a conoscenza di cose che noi non conosciamo, come il caso (sopra evocato da Giovanni Paolo II) della fiducia che viene riposta nel chirurgo che è in procinto di effettuare un delicato intervento sul nostro corpo, è pur vero che l’intensità di quella “cieca” fiducia necessariamente è proporzionata al nostro grado di conoscenza nel campo della medicina e, pertanto, sarà massima ed incondizionata nel caso di assoluta ignoranza in tale campo, per decrescere man mano che detta conoscenza aumenta, fino a ridursi notevolmente nel caso in cui ad essere operato fosse proprio un chirurgo.

      Riportando il paragone sopra ricordato nel campo della presente indagine, la conclusione non dovrebbe essere dissimile: non tutti abbiamo, infatti,  sia le stesse capacità mentali, sia e, soprattutto, le stesse predisposizioni ad applicare dette capacità alla ricerca speculativa delle risposte da dare alle domande esistenziali sopra indicate: sicché può benissimo accadere che talune verità, accettate dai più per pura fede, perché ritenute (forse per semplice pigrizia mentale) assolutamente “irragionevoli”, per altri, invece, risultino più che ragionevoli, in quanto frutto di un’attenta analisi. Non ritengo, inoltre, di scandalizzare nessuno nel sostenere che il progresso scientifico raggiunto nel campo della ricerca dell’origine dell’universo, lungi dal pervenire alla conclusione dell’inesistenza di un Dio creatore, ne abbia, invece, accresciuto la sua ragionevolezza: lo stesso dicasi nel campo delle ricerche storiche, tanto che, ormai, nessuno più ritiene di poter contestare l’esistenza storica di Gesù Cristo; progresso scientifico ed evoluzione costante delle capacità dell’umano intelletto possono, pertanto, solo contribuire nella ricerca delle Verità fondamentali, nel campo del significato esistenziale da attribuire alla vita dell’uomo.

      Fede e ragione costituiscono, comunque, le “due ali”, tra loro complementari, entrambe indispensabili per poter “volare” alla ricerca della verità: una fede, infatti, non sorretta dalla ragione, rischia di produrre gli stessi effetti (della nota parabola del seminatore) del seme caduto “su terreno sassoso”, sicché “l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, ma, non avendo radice in sé, appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, ne resta scandalizzato”; una ragione, invece, che caparbiamente rinchiusa in sé stessa, rifiuta quel necessario affidamento su chi le offre la risposta alle domande sulle quali non è in grado di pervenire, con le proprie forze, ad alcuna soluzione, assomiglia molto a quel seme (della ricordata parabola) “caduto sulla strada e divorato dagli uccelli”, in quanto “parola non compresa e rubata dal maligno dal suo cuore”.

      Tutto ciò ritengo che vada detto ad ulteriore riprova della validità dell’esortazione di Giovanni Paolo II ad applicare sempre di più la propria ragione alla ricerca delle Verità fondamentali che costituiscono un punto fermo di riferimento per proseguire il nostro cammino, ben sapendo che la Verità “tutta intera” ci sarà svelata alla fine dei tempi.

      E’, poi, compito di ciascuno di partecipare agli altri i risultati della propria “attività speculativa e metafisica per raggiungere la verità contenuta nelle asserzioni di fede”, senza alcuna pretesa di una loro imposizione: un chiaro esempio, in tal senso, ci viene da Benedetto XVI, il quale, dopo essere pervenuto, sulla base di un’approfondita ricerca storico-esegetica,  alla conclusione (nel suo libro: “Gesù di Nazaret”) che è “ragionevole” sostenere che il Gesù Cristo “storico” è realmente il Figlio di Dio dei Vangeli, esplicitamente afferma che il lettore è sempre “libero di contraddirmi”.

      Comunque, per concludere queste brevissime osservazioni (per un necessario approfondimento, valga il rinvio alle fonti citate), va pur sempre ribadito che fede e ragione non sono da intendersi contrapposte od alternative, bensì entrambe sono indispensabili nella ricerca della verità.

     “Non ha dunque motivo di esistere competitività alcuna tra la ragione e la fede: l’una è nell’altra, e ciascuna ha uno spazio proprio di realizzazione” (Enc. Fides et ratio, cap. II, n. 17); se, però, “la ragione diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua saggezza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita” (dal testo della conferenza, sopra richiamata, di Papa Benedetto XVI); ritornando a quanto detto all’inizio, la verità è un bene che si conquista da parte di uno “spirito umano” aperto e ben disposto alla grazia divina, e che sia in grado di osservare le realtà che ci circondano con uno “sguardo contemplativo”, che sappia, cioè, intravedere tutto ciò che si nasconde, oltre le pure e semplici apparenze.

 
TOP 
 
 
 
         Lo Spirito Santo è la Persona che nel Mistero Trinitario costituisce l’Amore sostanziale che procede dal Padre al Figlio e li unisce l’un l’altro in unità di amore e di spirito e, nell’Incarnazione, congiunge una Persona divina a una persona umana.
         Lo Spirito Santo viene dato dal Padre a tutti quelli che glielo domandano: quando verrà Lui, dono dell’Amore nel quale sono racchiusi tutti gli altri doni, “lo Spirito di verità vi guiderà nella pienezza della verità….vi insegnerà ogni cosa”, santificando i credenti nell’Amore di Dio.
         Non si può amare ciò che si ignora del tutto: ma quando si ama ciò che in qualche modo si conosce, in virtù di questo amore si riesce a conoscerlo meglio e più profondamente, sia pure attraverso un’intuizione che trascende la capacità di conoscenza della mente umana, sostituendo l’Amore alla ragione.
         Questo semplice sguardo contemplativo rivela Dio all’anima più di qualsiasi studio teologico: è lo Spirito Santo che imprime nell’uomo l’immagine di Dio.
         Per mezzo di Lui diventiamo partecipi della natura divina; è Lui il “dolce ospite dell’anima” e quanto più questa cresce in grazia e amore, tanto più lo Spirito Santo si compiace di abitare in lei e in lei agisce per operare la sua santificazione.
         Ma per ottenere questo dono è pur sempre necessaria la disponibilità a riceverlo; lo Spirito Santo è dato volentieri agli umili, ai semplici di cuore, a coloro che diffidano del loro sapere rinnegando sé stessi; ma l’uomo può rifiutarlo, avvalendosi della sua libertà.
         Così, “il mondo non può ricevere lo spirito di verità perché non lo vede e non lo conosce”, in quanto lo spirito non può essere donato a chi non vive nell’amore. 
         “Se mi amate, osservate i miei comandamenti ed io pregherò il Padre ed egli vi manderà un altro Paraclito il quale resti con voi per sempre, lo spirito di verità”.
         “E’ perché non viviamo più per noi stessi ma per colui che è morto e risorto per noi, hai mandato, o Padre, lo Spirito Santo, primo dono ai credenti, a perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione”.
 
TOP 
 
 
        La conoscenza di Dio, nella quale, come Gesù ha detto, consiste la vita eterna, non è una conoscenza teorica che si limita ad illuminare l’intelligenza, ma è una conoscenza che muove la volontà ad amare Dio nella ricerca dell’imitazione della perfezione divina.
         “Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste”: Gesù propone un modello di santità che nessuna creatura potrà mai esaurire; nessun uomo può trovare in sé stesso risorse e forze che lo santifichino.
         Il Signore, però, non può ispirare desideri inattuabili, perciò tutti possono aspirare alla santità; si tratta solo di trovare la via giusta per raggiungerla. “Vorrei trovare un ascensore per innalzarmi fino a te, Gesù – così scriveva S. Teresa di Gesù Bambino – perché sono tropo piccola per salire la dura scala della perfezione. Allora ho cercato….alla fine ho trovato quello che cercavo…..L’ascensore che deve innalzarmi fino al cielo, sono le tue braccia, o Gesù! Perciò non ho bisogno di crescere, al contrario, bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre di più”.
         Chi vuol essere partecipe della vita divina deve rivolgersi a Cristo per ottenere la grazia di essere incorporato a Lui e vivere in Lui: in quanto Dio, ossia come Verbo, Gesù è, infatti, insieme al Padre e con lo Spirito Santo il creatore della grazia; ma in quanto redentore e perciò come uomo, Gesù è il Mediatore della Grazia, ossia colui che l’ha meritata e la dispensa ad ogni uomo; morendo sulla croce ha meritato per tutti gli uomini quella grazia che egli possiede con tanta pienezza. Cristo diventa la fonte, l’unica fonte di grazia di vita soprannaturale che così giunge agli uomini: dal Padre al Verbo, dal Verbo all’umanità da lui assunta nell’incarnazione, dall’umanità di Cristo a tutti i credenti.
         Gesù donando agli uomini la Grazia , comunica ad essi la sua vita, ponendo in loro il germe della sua santità ed essi, purché lo vogliano, possono vivere una vita simile alla sua. Il battesimo ha deposto nel cristiano il germe della santità, la grazia. Ogni cristiano ha ricevuto questo dono: ogni cristiano può farsi santo nella misura in cui, con l’aiuto di Dio, farà fruttificare la grazia che il battesimo gli ha conferito.
         Tuttavia Dio non si dona completamente all’uomo, non lo trasforma del tutto in sé, finché non lo trova sgombro da ogni cosa contraria al suo volere: ne segue che la collaborazione dell’uomo all’azione della grazia consiste soprattutto nel liberarsi, con l’aiuto della grazia stessa, da tutto quello che è contrario a Dio.
 
TOP 
 
 
         Et verbum caro factum est. E il Verbo divenne carne e venne ad abitare fra noi.
         Per millenni la parola di Dio era stata affidata ai profeti, ma quando i tempi furono maturi, Dio mandò suo Figlio e, così, la sua parola divenne persona: la vecchia via alimentatrice della dottrina e dell’insegnamento della Sacra Scrittura si inaridiva per sempre, lasciando il passo all’uomo Gesù che diveniva egli stesso vita, verità e via. Non più ammonizioni su di una legge, la cui impossibile perfetta osservanza non salvava nessuno, ma una Parola che con la sua presenza veniva ad indicare la via della salvezza: non più un’inaccessibile meta da raggiungere con le proprie forze, ma una via da intraprendere, con tutte le possibili cadute e deviazioni, nella consapevolezza della Sua assidua presenza, come esplicitamente da Lui stesso garantito, confidando sempre nel Suo aiuto misericordioso nell’accompagnarci (se non addirittura nel portarci in braccio) verso la casa del Padre (“nessuno va al Padre se non per me”). Ecco la vera salvezza annunziata da tempo realizzarsi in Parola da accogliere, da mangiare (“non di solo pane vive l’uomo…”), da gustare con gioia per il suo delizioso sapore e da assimilare in tutta la sua cruda amarezza nel metterla in pratica, nel tentativo, sempre inadeguato, di imitare chi era il Signore e si era fatto servo, era venuto ad esaltare e si era umiliato, era venuto a ricomprare l’umanità tutta ed aveva accettato di essere venduto, era venuto a far risorgere i morti e si era fatto uccidere.
         La Parola delle beatitudini è, invero, parola tagliente e misteriosa, tanto contrasta con l’umano pensare: quella parola certamente nasconde qualcosa, ma nulla importa se si ha fiducia in chi ci ama e, nella sua Persona di verbo incarnato, ci indica la via, da percorrere con gioia, del suo comandamento nuovo.
 
 
 
 
         Alla fine della creazione, Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza e lo pose nel giardino dell’Eden, perché lo “coltivasse” e lo “custodisse”.
         Coltivare il mondo, da intendersi, oltre il senso più letterale e ristretto del termine, qualsiasi attività dell’uomo diretta ad ordinare, modificare, accrescere tutto ciò che lo circonda, per rendere più confortevole la sua presenza terrena, avendo sempre cura che tali attività non contrastino con l’esigenza di provvedere nello stesso tempo alla custodia di quanto gli è stato affidato.
         Coltivare è trasformare il grano in pane, l’uva in vino, la pietra in case; coltivare è utilizzare elementi esistenti in natura combinandoli tra loro secondo particolari tecniche e modalità per realizzare prodotti che servono all’uomo nelle più disparate applicazioni; coltivare è utilizzare le fonti energetiche offerte in natura opportunamente convogliandole e modificandole; coltivare è, pertanto, mettere a frutto le genialità creative dell’uomo in qualsiasi campo e, quindi, anche quelle rivolte sia alla realizzazione del bello, nelle varie espressioni artistiche, sia e, soprattutto, al conseguimento del bene.
         Coltivare non è, invece, abusare, per il proprio egoismo, degli elementi esistenti, violentandone i naturali equilibri; coltivare non è dedicarsi alla produzione di mezzi di sterminio e di morte; coltivare non è rivolgere le proprie attitudini creative alla produzione di quanto contrasti con il bello ed il bene: attività tutte che, contraddicendo al precetto di custodia del mondo, sono finalizzate alla sua distruzione.
         La coltivazione del mondo che sia finalizzata e, comunque, non contrasti con la necessità della sua custodia è sicuramente attività di cui ogni uomo, nell’usufruire dei suoi frutti, deve sempre gioire e rallegrarsi, nel convincimento che lo stesso Signore partecipa a tale gioia, nel vedere la sua creatura agire a sua “somiglianza”, benedicendone i risultati: di ciò può essere conferma l’identificazione, operata da Gesù Cristo, delle specie eucaristiche nel pane e nel vino, “frutti del lavoro dell’uomo”.
 
TOP 
 
       
         Al giovane ricco, Gesù non ha chiesto soltanto di vendere i suoi beni, ma anche di dare il ricavato ai poveri; e lo stesso ha proposto a tutti i sui seguaci: “vendete ciò che possedete e datelo in elemosine”.
         Il dovere dell’elemosina è, pertanto, il riflesso dello spirito di povertà inculcato dal Signore, anche se, nel raggiungimento della propria povertà, non va identificato il fine dell’elemosina, ma solo il necessario presupposto per pervenire ad una perfetta carità che risiede nella donazione di sé stessi agli altri; Gesù “da ricco che era si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi dalla sua povertà”.
         Nell’elemosina ciò che conta non è l’entità del dono, ma il cuore e la situazione di chi dona; “quando fai l’elemosina non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto”.
         La carità non dona con alterigia: il fratello dona al fratello, godendo di dividere con lui quello che possiede e non fa pesare la sua superiorità, poiché è convinto di non averne. “Se uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna sé stesso”.
         La consapevolezza della propria pochezza deve spingere il cristiano in direzione opposta ad ogni forma di vanagloria: ciò comporta che nel dare a chi chiede deve essere assente ogni valutazione circa la qualità del richiedente, le motivazioni della richiesta e gli effetti da conseguire, avendo sempre presente, invece, che il vero frutto dell’elemosina non risiede in ciò che l’altro avrà ricevuto, bensì nell’amore profuso da parte di chi ha dato. 
 
TOP 
 
         
         Si insiste, molto spesso, sulla necessità, per il cristiano, di essere sempre disponibile al perdono nei confronti dei fratelli.
         A volte, però, il perdono può assumere connotazioni tali da farlo apparire nient’altro che manifestazione di biasimevole arroganza.
         Non di rado, infatti, la mia disponibilità a perdonare l’altro per la presunta offesa ricevuta presuppone implicitamente un mio giudizio sul suo operato, sicché il “mio” perdono diventa un atto che, nella mia valutazione, sostituisce, solo per magnanimità, una “mia” giusta condanna: il mio perdono, quindi, assume (per me), anche se inconsapevolmente, valore di atto di liberalità, utile, se non a rimuovere, almeno ad attenuare la colpa del mio fratello: con ciò si dimentica sia il precetto evangelico di “non giudicare”, sia la considerazione che solo Dio distrugge e dimentica i peccati, quando l’uomo è sinceramente pentito, mentre il mio perdono non può portare alcun vantaggio all’eventuale colpevole.
         Il vero perdono cristiano deve, quindi, trovare valido fondamento nella misericordia, quale disponibilità ad accettare pazientemente le difficoltà che derivano dalla convivenza con i nemici del bene, trattandoli con bontà fraterna, nella speranza che, vinti dall’amore, mutino condotta, senza mai dimenticarsi che siamo noi i primi a dover chiedere perdono per le nostre innumerevoli colpe.
         “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonatevi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”: questo l’insegnamento di S. Paolo, individuando nel perdono vicendevole la disponibilità ad accollarsi anche le colpe degli altri.
         “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”: questa è l’invocazione dalla quale traspare il perfetto atteggiamento da assumere da parte di chi voglia realmente conseguire il perdono per i fratelli: perdono, quindi, che si risolve in preghiera di intercessione verso il Signore, al di fuori da ogni giudizio e nel convincimento, invece, che la pretesa offesa ricevuta dall’altro è solo frutto di una sua condotta inconsapevole.
         Quanto, di contro, risultano davvero fuor di luogo le affermazioni di chi, a volte ostentatamente e pubblicamente dichiara di non perdonare i colpevoli di atti, sia pure commessi con particolare ferocia.
         Il perdono dei peccati è, invero, solo quello che promana dal Signore, la cui misericordia è infinitamente più grande del peccato dell’uomo e si consegue attraverso la Riconciliazione e la Penitenza , intesa, quest’ultima come libera e volontaria accettazione della via feconda della Croce , che è la via dell’amore che si dona, si sacrifica per i fratelli, dei quali condivide gioie e dolori, fatiche e speranze, evitando ogni presunzione o disperazione (qualora ritenessimo infondatamente di poter ottenere la salvezza facendo affidamento solo sulle nostre forze).
         E’ tale perdono, inoltre, una chiara manifestazione dell’onnipotenza del Signore.
         Un filosofo ateo riteneva di poter contestare l’onnipotenza di Dio affermando che almeno una cosa a Dio era preclusa: rendere non accaduto quanto ormai si è concretamente già compiuto.
         Ciò, invece, si realizza pienamente proprio nel perdono divino; non solo, infatti, il documento della nostra condanna, ma tutte le prove e gli atti del processo a nostro carico sono stati distrutti, inchiodati su quella Croce e, pertanto, definitivamente posti nel nulla: se ancora erroneamente rivivono nella nostra memoria, è solo a causa di infondati sensi di colpa che non hanno più alcuna ragione d’essere, una volta conseguito il perdono del Signore.   
 
 
 
 
         Quanti sono alla ricerca di una morale che sia di comune riferimento per credenti e non credenti, al fine di addivenire ad uno stile di vita che garantisca una migliore convivenza tra gli uomini, individuano concordemente, tra i vari punti di comune incontro, la virtù della tolleranza.
         Tolleranza è, innanzi tutto, disponibilità all’ascolto di chi non la pensa come me; tolleranza è assenza di ogni intento di prevaricazione sull’altro; tolleranza è rispetto e comprensione nei confronti del diverso; tolleranza è capacità di aprirsi sempre al dialogo, senza insofferenza ed impazienza.
         Se, però, tolleranza è solo tutto questo, servirà a ben poco, se non addirittura a niente: a cosa servono, infatti, simili atteggiamenti se continueranno ad essere accompagnati dal convincimento interiore di essere, io, nel vero e l’altro nell’errore? Così, a fronte di una pacificazione solo apparente che non comporta alcuna reale unione, permarranno i sostanziali dissidi che procureranno ulteriori lacerazioni e divisioni.
         Non si può essere tolleranti con gli altri se prima non si è rigorosi con sé stessi; se, cioè, non si procede prima ad un serio esame di coscienza che non può ridursi ad una fredda introspezione, ma deve piuttosto consistere nel mettersi umilmente faccia a faccia con Dio per rispecchiarsi in Lui, alla luce della Sua verità.
         Scopriremo, allora, la nostra enorme ignoranza quando è in gioco il problema della verità: è sull’acquisita consapevolezza dei limiti della “nostra” verità, che deve fondarsi ogni concreto atteggiamento di una costruttiva tolleranza.
         Un comportamento autenticamente cristiano non può basarsi, comunque, sulla semplice tolleranza, dato che, nei rapporti con l’altro, non basta il rispetto, la comprensione e l’oggettiva considerazione, ma occorre anche capacità di essere umili e di amare.
 
TOP 
 
 
 
         Può, a volte, accadere che un determinato comportamento, sulla base di quanto obbiettivamente appare, risulti erroneamente valutato in contrasto con la Verità , mentre, altre volte, può accadere l’inverso e, cioè, che ad un comportamento apparentemente coerente con la Verità , non corrisponda una conseguente realtà di vita del soggetto interessato che sarebbe, invece, lecito attendersi da quelle apparenze.
         Qual è allora il valore da attribuire alle apparenze?
         A parte l’ovvia considerazione sulla necessità, per il cristiano, di una concreta e coerente testimonianza della Verità con la propria vita che non si riduca soltanto a formali manifestazioni di fede, non va sottaciuta, d’altra parte, l’importanza che assume l’aspetto esteriore della propria condotta: nessuno, invero, può accontentarsi della rettitudine dei propri comportamenti – sia pure così valutati dopo un rigoroso esame di coscienza – senza farsi carico anche di verificare se gli stessi appaiono, invece, di fatto suscettibili di una diversa valutazione che risulti possibile sulla base di un normale umano giudizio che sia, comunque, esente da particolari malizie.
         A nulla vale, a tal riguardo, il riferimento al precetto di “non giudicare”: questo precetto, infatti, ha per oggetto la mia valutazione dell’operato altrui, ma non può da me ritorcersi sull’altro, quando sono io l’oggetto dell’altrui valutazione e giudizio.
         Ciò comporta la necessità di una particolare attenzione da porsi anche sulle modalità esterne del proprio operato, al fine che lo stesso possa proporsi come esempio per gli altri e non sia, invece, motivo di biasimo, se non addirittura di scandalo.
         Un luminoso esempio in tal senso ci viene offerto da Eleazaro, uno degli scribi più stimati, sulla base di quanto riferito nel secondo libro dei Maccabei.
         Eleazaro avrebbe dovuto pubblicamente mangiare carne di maiale, secondo gli ordini del re, rimettendoci la vita in caso di rifiuto. I suoi amici idearono uno stratagemma; alcuni di loro sarebbero riusciti a sostituire i pezzi di carne di maiale con altrettanti di carne di vitello: in tal modo Eleazaro non avrebbe peccato e, nello stesso tempo, avrebbe salvato la propria vita. Ma Eleazaro non acconsentì per non apparire di cattivo esempio per quanti (soprattutto giovani), ignari dello stratagemma, avessero assistito alla scena.
 
 
                                                                    
         Secondo l’umano intendimento il concetto di giustizia contrasta con quello di misericordia: in Dio, invece, questi attributi si identificano al punto da poter asserire che Egli è misericordioso perchè è giusto ed è giusto perché è misericordioso.
         A differenza di quella umana, la giustizia di Dio non è né retributiva (come nel caso in cui viene ad ognuno attribuito ciò che ha diritto, sulla base dei propri meriti), né distributiva (come quando si tratta di dividere qualcosa di proprietà comune): nulla, infatti, è nostro ed a nulla abbiamo diritto.
         All’uomo spettava unicamente lo stato di semplice creatura; Dio, invece, ha voluto elevarlo a condividere la sua eterna felicità. Dopo il peccato, la giustizia divina avrebbe potuto annientare l’uomo, Dio, invece, ha voluto la sua salvezza. Per riparare il peccato e redimere l’uomo, Gesù ha voluto sacrificare la sua vita: è soprattutto nell’opera della redenzione che la giustizia di Dio è stata infinitamente superata dalla sua misericordia.
         Dio è giusto in quanto tiene conto della debolezza umana; egli conosce esattamente le capacità di ogni creatura e non esige mai niente al di sopra delle sue forze.
         Se è vero che Cristo è morto per noi, dimostrando uno sconfinato amore per l’uomo, è pur vero che il suo amore va in qualche modo ricambiato: così, se è venuto per salvare l’uomo e non per condannarlo, è pur vero che chi avrà rinnegato la Verità per una sua diversa verità, diretta alla negazione dell’essere ed al nulla eterno, si vedrà attribuita per sempre questa sua amara realtà, esclusivo frutto della sua volontaria scelta.
         Come in Dio, così nell’uomo, giustizia e misericordia devono congiungersi: la giustizia del cristiano deve superare la semplice giustizia umana, appunto perché promana molto di più dall’adesione a Cristo che dal rispetto del diritto. Sarebbe comunque illusoria una carità che prescindesse dagli obblighi di giustizia derivanti dal rispetto del diritto, onde evitare di offrire a qualcuno come dono di carità quanto gli è già dovuto a titolo di giustizia, ovvero quanto era legittimamente destinato ad altri.
         A volte, il rispetto dei diritti altrui esige, invero, qualche cosa di scomodo: la via perfetta della giustizia cristiana è quella della carità che non cerca il proprio interesse, non fa nessun male al prossimo ed antepone il bene altrui al proprio.
 
TOP 
 
 
27. EXODUS     
 
         Quarant’anni durò la marcia del popolo eletto attraverso il deserto per raggiungere le terra promessa , dopo aver abbandonato l’Egitto ed attraversato il Mar Rosso. Quarant’anni per coprire una distanza che, secondo i conoscitori dei luoghi, avrebbe potuto essere percorsa, sia pure con i mezzi di quei tempi, in meno di quindici giorni!
         La vicenda di questo popolo che passa quarant’ anni nel deserto senza mai decidersi ad una fedeltà totale a quel Dio che lo aveva tanto favorito è la figura dell’itinerario di distacco e di conversione che il cristiano è chiamato a percorrere, dopo aver lasciato alle spalle le cose vecchie, per raggiungere la terra promessa.
         Deserto, quindi, innanzi tutto, di mortificazione, di penitenza, di rinuncia, ma anche deserto di raccoglimento, di silenzio, di disponibilità all’ascolto della Sua Parola e di contemplazione dei suoi misteri: silenzio che conduce alla riflessione interiore ed alla capacità di ascoltare, di comprendere gli altri per poter, poi, dire al momento giusto la parola opportuna.
         Deserto, anche, di tentazione, di notte oscura, di mormorazioni, di senso di abbandono da parte del Signore, la cui via passa per il mare, rendendo invisibili le sue orme.
         Deserto, luogo privilegiato dell’alleanza di Dio con Israele, dopo averlo liberato dalla schiavitù egiziana, luogo adatto per purificare e rafforzare la fede del popolo di Dio, per educarlo al Suo culto ed al Suo amore, per trasformare le mormorazioni in beatitudini, per realizzare quell’intimità divina, necessaria condizione per l’ingresso nella terra promessa.
         Fino a quel momento, continuerà l’esodo per il deserto con tutte le contraddizioni, ambiguità, incertezze, sofferenze, ispirazioni, consolazioni, grazie che rendono tanto mutevole, in così tortuoso cammino, l’attitudine a ricevere la Parola , da somministrarsi (come accaduto nella storia di Israele) secondo la maturazione man mano conseguita, onde evitare rifiuti che sospingerebbero il popolo di Dio a rientrare nel paese di Egitto.
 
TOP 
 
 
         Ho a lungo vissuto nell’equivoco di considerare la vita eterna come qualcosa di diverso, se non addirittura contrapposto alla vita terrena, come se il concetto di eternità non fosse coniugabile con tutto ciò che è nel tempo.
         La vita – in quanto dono di Dio, il quale con il suo atto d’amore partecipa qualcosa di sé alla creatura, intervenendo nell’attività ministeriale della coppia nel compimento di un atto che, anche, eventualmente, a dispetto della loro volontà, è pur sempre atto di amore – è, infatti, per sua natura, eterna fin dal suo primo manifestatasi all’atto del concepimento: nulla può distruggere quanto dal Signore attribuito, a sua immagine, alla sua creatura.
         Resta pur sempre la difficoltà, per la mente umana, di riferire il concetto di eternità, ove tutto è stabile e, quindi, fuori del tempo, alla vita dell’uomo, sia nel periodo prenatale, sia in quello intercorrente tra la nascita e la morte, sia, forse, anche nel periodo successivo alla morte, fino al giorno della resurrezione: in ciò consiste il vero mistero della vita umana. Mistero che ci è stato rivelato, ma non spiegato, nell’incarnazione e resurrezione di Gesù Cristo.
         Solo nella resurrezione ci sarà dato di conseguire la beatitudine eterna, con l’assunzione del nostro corpo, divenuto irriconoscibile, in quanto riceveremo “senza velo sul volto, la gloria del Signore, trasformati nella sua stessa immagine”, in una misteriosa trasfigurazione di cui Egli stesso ne è testimone, tanto da non essere, a prima vista, riconosciuto dai suoi, nelle nuove sembianze.
         La vita terrena non è altro, pertanto, che quel “momento favorevole” a noi concesso per assecondare l’azione dello Spirito, nel renderci di giorno in giorno sempre più simili al Redentore e la morte non sarà altro che un transito attraverso una porta che sta a delimitare ciò che sta al di qua da ciò che sta al di là.
         “Hai ancora paura della morte, piccolo aborto?”, così mi interroga il mio angelo custode; “allora ripeti con me: vieni Signore Gesù, vieni”.
 
 
29. LA CHIESA                        
 
         La genuina natura della vera Chiesa, quale comunità dei salvati in Cristo, ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione.
         Cristo non vive più quaggiù nel suo corpo fisico assunto nella gloria del cielo, ma nel suo Corpo Mistico, la Chiesa sua sposa: tale unione è così intima e vitale, che la Chiesa può considerarsi un prolungamento di Cristo.
         Finchè durerà il tempo, la Chiesa consterà di tre schiere: i beati che già godono la visione di Dio, i defunti bisognosi di purificazione e quanti sostengono la prova della vita presente. Tra gli uni e gli altri c’è una separazione che tuttavia non impedisce l’unione spirituale perché tutti quelli che sono di Cristo formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in Lui.
         L’unione spirituale in Cristo non può mai essere individualistica: anche l’eremita e la claustrale che vivono in solitudine, in comunione con Cristo, non cessano di vivere nella Chiesa e per la Chiesa ; la loro vita è autentica in quanto ha un’apertura ecclesiale che li spinge a maggiore intensità di preghiera e di immolazione per i bisogni di tutto il Popolo di Dio.
         Se il culto interno è essenziale, perché senza di esso il culto esterno sarebbe formalismo e fariseismo, non bisogna sottovalutare quest’ultimo che ha la funzione di manifestare in modo pubblico e tangibile la devozione interiore dei fedeli, essendo la Chiesa anche una società visibile.
         Così, prima di lasciare questo mondo, il Salvatore ha istituito il Sacrificio della nuova legge, per rinnovare la sua immolazione, lasciando alla sua Chiesa, in quanto da Lui fondata, la cura di circondare questo Sacrificio con simboli, cerimonie, preghiere, affinché venga onorato maggiormente il mistero della Redenzione e venga meglio compreso dai fedeli, aiutandoli a trarne maggiore profitto.
         Mentre sul Calvario, Gesù ha offerto da solo il suo sacrificio, nella preghiera eucaristica tutti i fedeli lo offrono insieme a Lui: il popolo è invitato non solo a presentare al Padre l’oblazione di Cristo, ma ad unirvi la propria, perché egli, accettando l’offerta del sacrificio, faccia di essi “un’offerta eterna”. Non si tratta più dell’offerta del pane e del vino, ma del Corpo e del Sangue di Cristo: Cristo è il dono supremo che Dio ha fatto agli uomini (“Dio ha così amato il mondo da dare il suo Figlio”) e nella S. Messa gli uomini lo ripresentano a Lui, come supremo atto di culto, perché solo nel Figlio il Padre si compiace.
         Alla Chiesa, sua sposa, Gesù ha affidato il suo gregge: a lei ha conferito il mandato: “andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura”; Lei ha resa depositaria dei sacramenti e custode della sua legge (“ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” ed “insegnate loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato”), promettendo la sua continua assistenza ed il conforto dello Spirito Santo (“alitò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo”).
 
TOP 
 
  
         Confesso di non riuscire a capire come, nel cammino spirituale dell’uomo, possano individuarsi diversi gradi, livelli di esperienze che si ritengono via via superate per intraprenderne delle altre di grado superiore verso il raggiungimento della meta della perfezione.
         Ciò può indubbiamente dipendere dalla personale esperienza: in effetti, pur rendendomi conto di aver molto camminato, non posso far altro che prendere coscienza che, con tutti i miei presunti progressi, mi ritrovo sempre ad un punto di partenza. La Verità che mi sovrasta e mi guida nel mio cammino di speranza è, infatti, un bene così incommensurabile che potrà essere goduto nella sua pienezza solo con la partecipazione alla gloria immensa del Signore, nella stabilità della vita eterna.
         Fino ad allora, la condizione della vita umana è un continuo fluire, un continuo correre del tempo che non ha ritorno, alla ricerca di un’irraggiungibile stabilità, per la quale non vi sono, su questa terra, situazioni o luoghi privilegiati.
         Per ognuno di noi è il tempo della propria vita terrena, così come ci è stato concretamente assegnato, “il momento favorevole….il giorno della salvezza”, se vissuto nel pieno abbandono alla volontà del Signore, cantando con la bocca e con il cuore, insieme al coro degli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli”.
 
TOP 
 
 
 
         O mio amatissimo Gesù, in quest’ora tremenda sei rimasto solo: i tuoi discepoli si sono addormentati, li hai svegliati, ma sono ricaduti nel sonno e li hai lasciati dormire. Anche Pietro, Giacomo e Giovanni non hanno resistito al sonno e ti hanno negato ogni conforto: solo un angelo è sceso dal Cielo, mandato dal Padre a consolarti.
         Tu sei lì a grondare sudore di sangue, presagendo l’imminente abbandono anche del Padre: ti è dinanzi l’orrore di tutti i peccati del mondo – passati, presenti e futuri – che tu, per soprannaturale atto di amore, hai preso su di te per la redenzione dell’uomo che solo tu – unico vero Giusto – puoi portare a compimento.
         Per quest’opera sai che non c’è altra strada che quella di fare la volontà del Padre, che è in attesa, non di un sacrificio espiatorio, ma del tuo atto di libera offerta, come libero e volontario era stato il peccato dell’uomo: ed ora pazientemente aspetti di consegnarti nelle mani di chi ti flagellerà, ti sputerà in faccia, ti crocifiggerà……e l’anima tua è rattristata fino alla morte, avvolta da una solitudine angosciosa e terrificante.
         Eccomi, o mio Signore….sono qui….io ad offrirmi per tua compagnia e conforto. Ma come posso osare tanto? Non sono forse io stesso uno di quelli che ti ha tante volte tradito e trafitto? Ma io ti amo lo stesso, o mio Gesù; forse è più prudente, per me, limitarmi a dirti che so solo di volerti amare: se e quanto ti amo lo sai solo tu. Ma io oso lo stesso. Questo sì, Signore, so di volerlo con tutto il cuore: aggiungere quello che manca alla tua passione…..la mia presenza, la mia partecipazione e condivisione alle tue sofferenze di questo momento, da offrire per la salvezza dei fratelli, come umile contributo alla tua opera di redenzione.
         Ti chiedo troppo? Accogli, allora, la mia preghiera per intercessione della beata Vergine tua Madre e consentimi di tergere una goccia almeno del tuo preziosissimo sangue dal tuo volto divino: Amen!
 
 
Le immagini inserite nel testo sono tratte, per gentile concessione, dal sito: www.trinitari.org
 
 
   


Sei il visitatore Nr.

Crea la tua home page gratis a Beepworld
 
L´autore di questa pagina è responsabile per il contenuto in modo esclusivo!
Per contattarlo utilizza questo form!